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LETTURE/ Perché Dante ha messo in Paradiso l'eretico Gioacchino da Fiore?

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Era collassato, a suo giudizio, l'intero pilastro politico della comunità umana, mentre pericolava anche quello religioso, a causa di un temporalismo papale assai attento allo scacchiere politico, poco curante della missione pastorale. 

Di qui, un sentimento dell'attualità come crisi radicale, per cui occorreva auspicare un soccorso futuro: le grandi profezie della Commedia, annunci di un prossimo liberatore, ora raffigurato sotto le spoglie simboliche di un cane da caccia (il veltro), ora alluso mediante un enigma numerico (il cinquecento dieci e cinque) nascono su questa base. Rigetto dell'hic et nunc politico, deciso investimento sul domani: ecco la venatura utopica di Dante. Ma in un quadro di pensiero che, guardato con attenzione, si rivela tutt'altro che gioachimita.

Nessun sogno, in Dante, di un mondo perfetto situato dopo l'attuale curva opaca, di una guarigione nell'avvenire di tutte le piaghe della condizione umana. Il compimento attende oltre la storia, in quell'ambito che si situa di là dall'imperfezione del tempo, anche se la scena temporale, nelle sue manifestazioni positive, ne costituisce l'anticipo, la caparra. Cosa aggiungerà, allora, alla condizione presente l'avvento del liberatore? Non si tratta di una figura messianica, ma di un imperatore o di un suo emissario, che non dovrà inaugurare una palingenesi, non taglierà il nastro di un'età aurea, reintegrerà invece le istituzioni politiche in sfacelo, non senza ricondurre la Chiesa al suo fondamentale compito di annunciare Cristo. 

È opportuno rendersi conto di tutte le implicazioni di una lettura del liberatore dantesco (veltro e cinquecento dieci e cinque) in termini politici, ben più che un'opzione fra le altre di un sottile e complesso gioco ermeneutico, gradito agli analisti di mestiere, irrilevante per i lettori senza virus specialistico. L'Impero è per Dante la piena attuazione dello Stato: proprio perché monarchia universale, non coltiva ambizioni espansionistiche – domina già il mondo intero – e può governare con la giustizia sconosciuta ai regni, inevitabilmente avidi di espansioni territoriali, e con l'efficacia impossibile ai comuni, troppo deboli per schivare un destino di capitolazione. 

Ebbene, esiste lo Stato – a riguardo il Convivio è esplicito – perché è necessario un argine al peccato, che distruggerebbe altrimenti il tessuto sociale, rendendo impossibile il viver dei cittadini; questo antemurale non è evidentemente la redenzione dalla colpa, è appunto una diga atta a impedire l'inabissamento della civiltà. Per conseguenza, l'Impero reintegrato che Dante auspica, lungi dal coincidere con il mondo perfetto, sarà la medicina di nuovo spalmata su una piaga che non guarisce mai del tutto, e deve essere accudita senza interruzione, rimanendo costantemente sull'orlo della cancrena. È lo Stato nella sua forma compiuta, l'Impero, come invece non lo sono i comuni e i regni; se si vuole, è l'ospedale davvero efficiente, ma ciò vuol dire che vigila e interviene su una salute pubblica sempre in forse. Una società di sani non ha bisogno di un ospedale perfetto, fa a meno di ogni presidio sanitario. Non per caso, Gioacchino aveva previsto che nell'età dello Spirito l'Impero si sarebbe dissolto, persa ormai la sua ragion d'essere. 



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