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LETTURE/ Perché Dante ha messo in Paradiso l'eretico Gioacchino da Fiore?

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Per quanto lambito da un rivolo di utopismo, Dante ha conservato in sostanza una concezione del tempo risalente ad Agostino. Secondo l'autore del De civitate, il tempo è, per sua strutturale costituzione, ambivalente, denso di possibilità positive come di germi virulenti, una mischia di ombra e luce, di miracoli e di orrori, e questa ambivalenza non viene cancellata dalla Redenzione, al contrario nell'era di Cristo – quella veramente definitiva – il bene è fronteggiato da un male più accanito, perché più astioso è il no pronunciato al cospetto della grazia. Dante ne era perfettamente consapevole; e non intendeva certo pronosticare una fase storica libera dalla contraddizione, un supposto paradiso in terra. 

La sua Commedia rilancia un altro Paradiso; senza mai occultare che l'eterno si avvista e si guadagna nel presente. Ne sono testimonianza i salvati del poema sacro, con particolare splendore i santi della terza cantica, che hanno depositato nelle mani della grazia il loro frammento di merito, la minuzia della loro opera. Commentando il poema sacro, osservava un altro poeta, Giuseppe Ungaretti, che in Dante il tempo ospita qualcosa che non si perde e in questo senso fissa l'eternità. 



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