BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Chi comanda in Italia? Viaggio nel paese "liquidato"

Pubblicazione:

Giulio Sapelli (Infophoto)  Giulio Sapelli (Infophoto)

La questione non è solo di natura finanziaria ed economica, ma di carattere politico, della capacità di far politica e di immaginare un futuro credibile e realistico in un contesto di vecchia e cara democrazia rappresentativa. In un "regno" dove ormai si è arrivati all'"inversione della rappresentanza".

È su questo punto che Sapelli richiama la nostra attenzione.

L'attacco del libro di Sapelli è una semplice domanda: chi comanda oggi in Italia? La risposta è cruda e impietosa: in Italia non comanda nessuno e quindi si comanda solo con il denaro. Le considerazioni che si aggiungono sono a questo punto drammatiche e spiegano perfettamente la situazione di disgregazione politica che vive il Paese. Spiega Sapelli con un riferimento classico a messer Francesco Guicciardini: "Tutti comandano per far sì che nessuno comandi. L'importante non è vincere, ma impedire agli altri di vincere. Nella crisi di disgregazione il destino guicciardiniano d'Italia ora è davanti a noi".

Il problema parte da lontano e ha ragioni storiche profonde per l'Italia, ma ci sono stati i processi degli anni Novanta, a livello mondiale, che hanno favorito l'attuale crisi e la conseguente disgregazione della classe dirigente. A che cosa abbiamo assistito in questi anni? Vediamo sempre più uno spostamento del reddito dal lavoro al capitale, un fenomeno che ha creato l'affermazione del totalitarismo liberistico, un pensiero unico che è alla base della crisi economica di questi anni e che la sinistra non ha affatto compreso. Anzi, con il dubbio gusto di diventare moderna, la sinistra italiana e anche internazionale ha addirittura, spesso, inseguito questa modernità, identificata con il mondo della finanza e con le liberalizzazioni in quanto tali. In questo modo si è posto al centro dell'organizzazione sociale il denaro e non il lavoro. Tutto questo ha comportato delle conseguenze devastanti, per l'impossibilità del denaro di riaggregare il sociale e di dare ad esso un significato di comunità riproducibile.

Se in Italia la disarticolazione dei poteri (e chi si ricorda più dei cosiddetti "poteri forti"?) è più datata di quanto possiamo pensare, non c'è dubbio che il culmine viene raggiunto negli anni Novanta, con le privatizzazioni senza liberalizzazioni e con l'accresciuto potere autonomo degli ordini dello Stato a partire dalla magistratura per arrivare alla burocrazia. Certo, in Italia, questa disarticolazione è accresciuta da una totale mancanza di classi dirigenti sia in politica che in economia.

Sapelli, con il suo saggio, ha il merito di aver compreso non solo la "follia" finanziaria dei "nuovisti", ma anche di riuscire a spiegare quello su cui si interrogano da anni gli ormai vecchi uomini della "prima Repubblica", quando con un'autocritica malinconica, di fronte a quella svolta epocale, ammettono: allora non abbiamo compreso nulla di quello che accadeva.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >