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LETTURE/ La storia di un bambino smonta l'ipocrisia di adulti incapaci di educare

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Per dargli un respiro filosofico che non tace le domande che pungono e non trovano pace. Non a caso l'Autore è filosofo e insegnante, sa bene che segni lasci, che sfida accolga chi si dedichi all'educazione. 

Rocchetto compie dunque la sua vendetta e si vendica due volte, incolpando il capo inflessibile che l'ha scacciato dal branco. Ma "il fattaccio" peserà su lui solo, come un'onta, quella della menzogna. Il fattaccio, il dispregiativo evocato fin nelle prime pagine del romanzo e che lo accompagna con un dispiegarsi d'attesa, un incalzare di ansia e paura. Il fattaccio bisbigliato di voce in voce, una macchia per la comunità, è una condanna, chiede l'espiazione suprema. Ma Rocchetto, diventato ormai Rocco, sul limite del gesto estremo si scopre più incerto e capace di autoassoluzione. Sa che il peccato ha tante sfumature, che la sua colpa di bambino con lo strascico inimmaginabile di dolore che ne è seguito ha forse un senso, perfino un sospetto di redenzione. Scopre che l'essere è meglio del non essere, sempre e comunque. Scommette sulla speranza, sul futuro. 

Moccioso Rocchetto, che ci commuove come Pin de Il sentiero dei nidi di ragno, come la Ginia de La bella Estate, come i ragazzi di vita di Pasolini. Squarcia l'ipocrisia di adulti mal cresciuti, incapaci di educare ed amare. Grida a tutti noi che parlare con Dio, faccia a faccia, è la domanda di ogni uomo che si ricorda di esser stato bambino.

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