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25 LUGLIO 1943/ La "sfiducia" di Mussolini e l'inganno del re

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

Tutti presero la parola, tutti parlarono a lungo, chi con passione, chi con paura. Dopo nove ore di tensione, alle due di notte del 25 luglio, Mussolini mise ai voti l'odg Grandi. Diciannove i sì: Grandi, Ciano, Bottai, Federzoni, De Bono, De Vecchi, De Marsico, Acerbo, Pareschi, Cianetti, Balella, Gottardi, Bignardi, De Stefani, Rossoni, Marinelli, Alfieri, Albini, Bastianini (il solo Cianetti si pentirà poche ore dopo, inviando una lettera di scuse al Duce). Sette i no: Biggini, Scorza, Polverelli, Tringali-Casanova, Frattari, Buffarini, Galbiati. Due gli astenuti: Farinacci e Suardo. Dichiarando chiusa la seduta, Mussolini disse: "Voi avete provocato la crisi del regime". Era una constatazione, un dato di fatto, non un’accusa di tradimento.

La storia ci dice che Mussolini fu arrestato dai carabinieri, per ordine del Re, il pomeriggio del 26 luglio, portato all'isola di Ponza, poi alla Maddalena e infine sul Gran Sasso, qui "liberato" (tra virgolette) dai tedeschi il 12 settembre e, a partire dal 15, per ordine di Hitler, volente o nolente posto a capo della Repubblica Sociale Italiana che sarà la tomba definitiva del fascismo e del suo creatore. 

Quanto ai membri del Gran Consiglio che votarono l'odg Grandi, quelli sui quali i fascisti intransigenti poterono mettere le mani (Ciano, genero del Duce, Marinelli, Gottardi, De Vecchi e Pareschi) furono processati a Verona, condannati a morte e fucilati l'11 gennaio 1944. Ciò non sarebbe mai avvenuto se Mussolini – come sostengono le presunte "rivelazioni" ultrasettantennali – avesse dato il suo assenso alla manovra. 

E qui, una parentesi importante anche se poco conosciuta. Nel 1982 intervistai in Baviera il Generale Wolff, ch’era stato il capo delle SS in Italia. Mi rivelò che, la sera delle condanne a morte, ricevette una telefonata da Mussolini che voleva conoscere la sua opinione su come l’avrebbe presa, Hitler, se lui avesse deciso di graziare i condannati a morte (tra i quali, come abbiamo visto, il marito di sua figlia), tramutando la pena capitale in lavori forzati a vita. "Gli risposi che il Fuehrer", mi disse Wolff, "l’avrebbe presa molto, ma molto male, e che c’era da aspettarsi una durissima reazione". Ecco dunque come e perché Mussolini dovette rassegnarsi a passare alla storia come colui che aveva mandato a morte il padre dei suoi nipotini.

Quanto a Enzo Galbiati (1897-1982), ch’era stato un valoroso Ardito nella grande guerra e fascista della prima ora, come comandante della  Mvsn (Milizia volontaria per la sicurezza nazionale) avrebbe potuto troncare sul nascere lo schieramento contrario a Mussolini ordinando l’arresto dei suoi componenti. Ma non prese alcuna iniziativa. E non la prese perché non ebbe, al riguardo, alcuna sollecitazione dal Duce. Tornò a casa, dove fu bloccato agli arresti domiciliari, per ordine del nuovo capo del governo Pietro Badoglio, dalla sera del 25 luglio fino al 4 agosto, e poi tradotto al Forte Boccea. 



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