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25 LUGLIO 1943/ La "sfiducia" di Mussolini e l'inganno del re

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

In questi giorni in cui ricorre il 70esimo anniversario della seduta del Gran Consiglio del Fascismo che determinò la fine del Ventennio si sono moltiplicate le ricostruzioni dell’evento, molte delle quali (tv compresa) presentate come clamorose rivelazioni storiche, basate su presunti resoconti di telefonate tra Mussolini e Claretta che saltano fuori da polverosi cassetti, o magari sul testo stenografico della seduta che un nonno armato di discrezione avrebbe lasciato in eredità ad un nipote ciarliero e disponibile a collaborare, dietro lauto compenso, a settant’anni dai fatti, con gli autori del programma televisivo.

La scarsa eco ottenuta da questi presunti "scoop" è la conferma che la storia non si fa con materiali di risulta e, meno che mai, con una fantasia scatenata. Che, nel caso specifico, avrebbe voluto dimostrare come – sotto sotto – Mussolini, il Re e persino Badoglio fossero d’accordo sulla messinscena dell’ordine del giorno Grandi, onde creare le premesse per lo sganciamento dell’Italia dall’alleanza con i tedeschi. Nulla di più fantasioso. Mussolini sapeva che avrebbe dovuto dimettersi e non attendeva altro. Ma mai avrebbe immaginato di venire arrestato dai carabinieri e di finire in prigione.

Veniamo ai fatti e incominciamo proprio dal Gran Consiglio del Fascismo. Voluto da Mussolini alla fine del 1922 quale organismo di consultazione e di orientamento formato dai più prestigiosi esponenti del partito, il Gran Consiglio tenne la sua prima riunione il 12 gennaio 1923 al Grand Hotel di Roma. Lo componevano, su nomina diretta del Duce, personalità come Giuseppe Bottai, Edmondo Rossoni, Alfredo Rocco, Achille Starace, Giacomo Acerbo, Michele Bianchi, Emilio De Bono, Cesare M. De Vecchi, Aldo Finzi e altri "intellettuali di area" e capi militari delle squadre fasciste. Era prevista una riunione mensile, presieduta da Mussolini: una sorta di supergoverno.

Al Gran Consiglio era demandata l'elaborazione delle grandi linee del regime in politica economico-sociale. E in effetti, almeno nei suoi primi anni di attività, il Gran Consiglio varò una serie di riforme economiche, sociali e amministrative alcune delle quali sono tuttora in vigore (per esempio: l'Iri, Istituto per la ricostruzione industriale; i contratti collettivi di lavoro e la Magistratura del lavoro; l'Inps, Istituto nazionale per la previdenza sociale), e molte delle quali restarono in funzione fino alle riforme volute dal centro-sinistra negli anni Settanta (l'Inam, Istituto nazionale assistenza malattia; l'Onmi, Opera nazionale maternità e infanzia). 

Con legge 9 dicembre 1928 n. 2693 (legge di riforma dello Statuto), il Gran Consiglio divenne una istituzione dello Stato avente tra l'altro il compito di pronunciarsi sulla politica estera e di presentare al Re la lista dei ministri. Esso fu regolarmente convocato da Mussolini fino all'indomani dello scoppio della seconda guerra mondiale, nell'autunno 1939. Poi venne "messo in naftalina", e da quel momento Mussolini fece tutto di testa sua: l'entrata in guerra il 10 giugno 1940, l'attacco alla Grecia il 28 ottobre di quell'anno, la dichiarazione di guerra alla Russia il 21 giugno 1941, la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti il 7 dicembre sempre del '41. 



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