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LETTURE/ La politica può fare a meno della menzogna?

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Sul piano individuale, in pari modo, il potere del singolo non sfugge alla medesima dinamica. A essere in discussione non è solo quella debolezza strutturale dell'uomo, quell'inclinazione all'errore che induce il singolo a censurare tanta parte della realtà e che la Chiesa indica come «peccato originale»; sicché, muovendo da una posizione errata, egli è indotto a rinnegare i restanti fattori della stessa, sino a giustificare la propria condotta in modo menzognero. Più ancora, a essere in discussione è quella sopravvenuta difficoltà della ragione di accorgersi di tutti i fattori costituenti la realtà medesima, quella strana incapacità di riuscire a comprenderli e a decifrarli in modo da distinguere la verità dalla menzogna, il bene dal male; tanto più che senza una tale capacità di giudizio anche la libertà d'azione resta deficitaria.

È questa, forse, la parte più intensa e drammatica di tutta la riflessione. Più che il vero o il falso, interessa il verosimile, questa non-realtà che scorre parallela alla realtà, senza mai incontrarla; più che il fatto, interessa l'interpretazione; più che il reale, l'apparenza. Si tratta di un deficit cognitivo in cui è precipitata la ragione negli ultimi decenni e che ha contribuito a dissolvere ogni distinzione tra verità e menzogna. Il pensiero postmoderno, nato come istanza di libertà da ogni dogmatismo, si è risolto nel suo contrario; è approdato a una totale decostruzione della realtà, sancendo l'impossibilità di ogni impegno costruttivo. Una volta trasposto in ambito politico, tale approccio ha prodotto esiti nefasti. Se "la realtà costituisce l'unico limite invalicabile per la politica", detto approccio ha consentito alla politica di sostituire la realtà con la sua interpretazione. Ne è derivato un populismo mediatico che ha illuso sulla possibilità di conseguire qualsiasi risultato. Il tutto, però, ha retto sino a quando la realtà non ha preso l'inevitabile sopravvento: "La guerra in Iraq con il suo carico di morti e di spese stellari e la crisi economica a lungo negata hanno segnato la rivincita del realismo" su quelle politiche postmoderne, che avevano cantato le «magnifiche sorti e progressive» di una simile prospettiva.

E così ci si è risvegliati in un contesto in cui non c'è sostanziale differenza tra la fragilità della democrazia e la fragilità dell'io: entrambe derivando da una sperimentata (e procurata!) incapacità della ragione di rapportarsi alla realtà. Vengono in mente le drammatiche parole pronunciate da Papa Francesco a Lampedusa, piangendo le morti dei profughi africani. 



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