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SPILLO/ Così il turbocapitalismo ci ha ridotti sul lastrico

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È questa un'economia ove si sono maggiormente concretizzati due presupposti etici: "gli affari sono affari" (e, quindi, nel mondo degli affari non si deve guardare in faccia nessuno) e "la moneta non ha odore" (e, quindi la si ricerca e la si recepisce da qualunque fonte provenga e si opera con essa e attraverso essa per raggiungere qualsiasi obiettivo purché sia giustificato dal mero tornaconto). Tutto questo perché il principale, se non l'unico e reale, obiettivo postulato non è più identificato nel perseguimento della ricchezza sociale e del bene comune, ma l'obiettivo da postulare è quello che la moneta produca altra moneta e arricchisca solamente il soggetto che ha messo in essere l'operazione la cui natura è sostanzialmente finanziaria. In questa economia le scelte economiche non hanno più davanti l'uomo della quotidianità, ma si imperniano su interessi ove il denaro e la sua accumulazione sono all'inizio e al termine di ciascun processo economico, e dove la speculazione, di fatto, è la vera motivazione delle operazioni stesse. 

Nella misura in cui l'economia, in maniera sempre più esclusiva, viene sottomessa alla legge del "massimo tornaconto" (che, spesso, è anche ricercato nel più breve tempo possibile), di fatto, è trasformata da un insieme di azioni sociali operate nel rispetto delle regole del libero mercato e rivolte ad un'equa reciprocità e (direttamente o indirettamente) al bene comune in un insieme di azioni volte solo a soddisfare l'interesse individuale di chi le ha messe in essere in un mercato che poco o affatto sopporta le regole. Il mercato, sostanzialmente, è divenuto una sorta di sinopia di ciò che dovrebbe essere il libero mercato e dove, nel rispetto spesso solo formale delle regole, si "pennellano" operazioni che poco o nulla hanno in comune con l'equità, la reciprocità, la solidarietà e, quindi, con il bene comune.  

Perseguendo con questa logica individual-tornacontista si è distrutto il libero mercato (quello dello scambio in termini di reciproca equità) e si è data sempre più forma al peggiore capitalismo della storia, quello che ha immaginato e messo in essere una diversa funzione della moneta e, quindi, della relativa operatività finanziaria. In questa maniera, si sono spalancate le porte alla speculazione e alle scommesse finanziarie e si sono, contemporaneamente, scavalcate, a piè pari, le regole fondamentali dell'economia reale (quella che produce beni e genera lavoro) e se ne è costruita una a prevalente natura virtuale. Si è, contemporaneamente, generata un'economia che ha sollecitato e sempre più favorito il consumo a credito e, quindi, ha sempre più agevolato l'indebitamento dei cittadini e degli Stati, e in quest'ultimo caso sino a giungere a disinteressarsi anche dei disavanzi delle partite correnti dei bilanci nazionali. In più semplici parole, si è messa in essere un'economia che ha inventato e proposto la postulazione della ricchezza meramente monetaria, ma vuota di ricchezza materiale, ma piena di illusorie promesse.

Si è messa in essere un'economia dove la persona non è più al centro delle motivazioni e dove il lavoro non è più il motore della creazione delle utilità e del benessere, ma è considerato solo uno come fra i vari fattori produttivi necessari per l'attività produttiva ovvero: merce "confusa" con le altre merci. 



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