BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPILLO/ Così il turbocapitalismo ci ha ridotti sul lastrico

Pubblicazione:

InfoPhoto  InfoPhoto

In economia il presente è il risultato delle scelte che sono state effettuate nel passato ed è contemporaneamente il momento in cui, con ragionata riflessione, ci si appresta a dipanare le scelte che dovranno prendersi per postulare obiettivi futuri reputati utili. 

Ho inteso proporre inizialmente questa affermazione perché mi sembra che il nostro tempo sia orfano di questo presupposto che deve, invece, soprassedere ed accompagnare i giudizi e le scelte che vengono proposti sia per "perimetrare" l'attuale situazione di crisi sia per "indagare" i possibili scenari futuri e ricercarne le più opportune soluzioni. 

La crisi economica mondiale, che nel nostro Paese si è aggravata in recessione, non è figlia dell'accidente, ma è il risultato disastroso di precedenti scelte o di scelte non fatte nel momento giusto. La crisi è stata generata da precisi presupposti "ideologici" che hanno attraversato gli ultimi trent'anni come una "cultura" che ha posto gli interessi del capitale finanziario (e solo di questa forma di capitale) come lo "strumento" che avrebbe realmente liberato i mercati. Una "cultura" ove, essenzialmente, la moneta non era più lo strumento misuratore (il numerario) degli scambi, ma si era trasformata essa stessa in un "bene/merce" e di conseguenza si era "opportunamente" costruita un proprio mercato, in cui tutto essa domina e dove il suo ruolo principale non è più quello di sostenere, finanziandola, l'economia reale ma, in maniera prevalente, è quello di accumulare nuova ricchezza anch'essa immediatamente monetaria. 

In buona sostanza il "bene" moneta, nel suo mercato virtuale, deve generare "profitto" tramite l'ottenimento di livelli incrementativi di " nuova" moneta e nel far questo non deve "sporcarsi", o deve farlo il meno possibile, con i mercati dei beni e dei servizi che le imprese mettono in essere. In questo mercato virtuale, la moneta deve essere "distaccata" dai bisogni che la realtà evidenzia, il suo operare non può e non deve interessarsi del bene comune, essa disconosce qualsiasi forma di solidarietà, anzi nei presupposti della sua "filosofia" questo principio di civile convivenza è concepito come un impedimento alla sua "libertà" di agire. Da tutto questo ci sembra che se ne possa derivare una negativa posizione etica, quella per cui il denaro ha colonizzato la mente e il cuore di molti uomini d'affari e, direttamente o indirettamente, ha condizionato e sacrificato i presupposti del libero mercato e delle sue postulazioni ai suoi propri obiettivi.

Siamo così sempre più passati, spesso senza averne presente tutte le conseguenze, da un'economia del libero mercato ad un'economia capitalista nel senso più pieno e duro del termine; siamo stati "immersi" in un'economia meramente finanziaria ove la moneta è prevalentemente destinata a produrre e ad accumulare moneta. Siamo passati da un economia (reale) di mercato ove lo scambio e la reciprocità erano protesi a perseguire adeguati livelli di equità dei rapporti ad un economia virtuale (ma sotto il profilo etico possiamo ancora chiamarla economia?) ove il "gioco" e la "scommessa" di natura meramente finanziaria costituiscono la motivazione essenziale che spinge l'operatore ad essere pregiudizialmente "contro" l'altro o ad "ammorbidire" il proprio intervento solo se ha ragionevoli aspettative di massimo tornaconto o di minor perdita. 



  PAG. SUCC. >