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PAPA/ Barcellona: ecco perché Francesco ha scelto la "carne" degli ultimi

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Francis Bacon, Studio di George Dyer (1970) (Immagine d'archivio)  Francis Bacon, Studio di George Dyer (1970) (Immagine d'archivio)

La cultura contemporanea, in un'evidente ambivalenza, da un lato dà centralità all'oscenità della morte, persino nelle scene cinematografiche, in cui prepotentemente si succedono racconti degli ultimi istanti del pianeta e degli ultimi istanti dell'essere umano, dall'altro spinge all'estremo la medicalizzazione e la cura farmacologica non solo dei devastanti mali fisici ma persino del dolore dell'anima. Ancora, mentre nei film sulla catastrofe aleggia l'ombra della visione apocalittica tramandata dai testi sacri e dai Vangeli, fino ad insistere sull'attualità contemporanea dell'Apocalisse e del discorso di Cristo sui segni dei tempi e sull'imminenza di un radicale cambiamento catastrofico, al contrario tanta parte del discorso scientifico spinge il proprio tentativo di cancellare la realtà fino a forme di vero e proprio irrazionalismo dogmatico, come nel caso degli economisti che continuano ad immaginare una crescita infinita, che contrasta vistosamente con la finitezza del pianeta. 

La negazione della fine accelera la fine di tutte le cose; come nella grande metafora dell'affondamento del Titanic, mentre già alcuni annegano nelle acque oscure dell'oceano, altri continuano a ballare nelle sale luminose come se nulla fosse accaduto, mentre la grande nave sta per inabissarsi definitivamente. Continua ad essere riproposto, per i superstiti del naufragio, il mito capitalistico dello sviluppo illimitato e del prolungamento tecnologico dei limiti dell'esistenza. L'ingegneria genetica cerca di trasformare l'atmosfera della nave che affonda in un'ulteriore promessa di eternità. I superstiti saranno eterni, anche se vivranno in mezzo alle macerie; immani sciagure prodotte da eventi naturali e catastrofi provocate da imprevedibili esplosioni nucleari sono le scene funeste della plancia della nave che affonda, illuminata dallo sfavillare delle luci notturne delle metropoli del mondo. 

Ma l'esplosione improvvisa della realtà può costringerci ad un risveglio che faccia attivare la capacità umana di trascendere la miseria del presente. Forse, dopo aver attraversato il silenzio dell'urlo di Munch, è possibile ritrovare lo spazio per rappresentare la disperazione e riaprire lo spazio simbolico della speranza. La capacità di sublimare l'angoscia di morte in una speranza futura non è un movimento del pensiero ma un'istanza originaria di chiunque venga al mondo per vivere la straordinaria esperienza del tempo della gioia e del dolore. La disperazione nasce quando si perde il senso del destino e della vita, ma provarla è una risorsa concessa agli esseri umani che, dopo aver distrutto il sacro, possono ritrovarlo nella propria persona e nel rapporto con le altre persone. Paradossalmente, senza la disperazione non è neppure possibile sperare, perché non esiste uno spazio temporale in cui collocare il proprio cammino verso una verità che dia senso alle dimensioni quotidiane dell'esistenza. 



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