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LETTURE/ Walter Siti e quella “preghiera” nascosta nell’adorazione del corpo

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Walter Siti  Walter Siti

L’estenuata, tormentosa passione per gli escort è spia di un bisogno, di una necessità più grande anche del correlativo stesso (il corpo maschile) che l’ha provocata («Tanto dolore per ottanta chili di proteine ben congegnate; penso “vivere la mia vita”, come se la vita potesse essere di qualcuno»). È lo stesso Siti a cercare questo livello più ampio, un orizzonte di significazione che non si fermi alla autoreferenzialità del desiderio, ma ne illumini la logica interna. La pulsione omoerotica diventa quindi il trampolino per una domanda sull’essere, il sintomo di un’ansia dolorosa di cui la bellezza dell’uomo non è che un segno, un testimone: «Quando gli escort stanno per suonare alla porta, la tensione quasi dolorosa è dovuta al bisogno di tacitare un’ansia, più che di appagare un piacere - il bisogno che mi ha ossessionato per tutta la vita, di un possesso impossibile, di una lotta mortale con l’ignoto, si calma per mezz’ora: un esemplare, un messo di quell’ansia è lì, e grazie ai soldi posso piegarlo (pregarlo) come voglio. È per questo che l’Occidente compra tanto?» (Troppi paradisi, p. 214).

Lo scatenamento della sessualità diventa quindi non il fine, ma il mezzo per entrare nel cuore, nel culmine di una domanda: quel punto in cui si tocca «la venerazione per ciò che è extraumano ed extratemporale, il rifugio dove ogni competizione si brucia e l’eros diventa preghiera». «Ho ogni tanto, a lampi, l’intuizione che il sesso, per manifestarsi davvero, abbia bisogno della speranza in un’altra vita» (Troppi paradisi, p. 99). L’oscura vocazione del perché siamo fatti emerge, drastica quanto amara, come risposta a una domanda dell’amico Marcello sul motivo per cui l’uomo è sulla terra: «Per capire, siamo tra i pochi aggregati di cellule nell’universo attrezzati per capire; è la nostra condanna; nel riprodurci e nel soffrire siamo già meno soli».

 

(1 - continua)



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