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PAPA/ Nietzsche e quella “luce” capace di dar senso all’uomo moderno

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Di questo dono si partecipa in primo luogo avendone notizia attraverso la testimonianza degli uomini, che ne sono fragili portatori: da qui la centralità della Chiesa e della trama di relazioni umane che rendono visibile e vivibile l’oggi di Dio. In tutta l’Enciclica emerge la concretezza della relazione con Dio come un insieme di gesti che avvengono nel tempo e con il tempo, segnato dalla promessa della fedeltà di Dio e dalla fisicità della dimensione della fede, che sembra culminare nella possibilità, per il cristiano, di «avere gli occhi di Gesù, i suoi sentimenti, la sua disposizione filiale, perché viene reso partecipe del suo Amore, che è lo Spirito» (21).

In fondo, per chi voglia leggere l’Enciclica senza avere la preoccupazione di misurarla secondo le proprie aspettative e ortodossie, c’è ancora molto su cui pensare. Ed è perciò significativo il riferimento al passo di Nietzsche - che mai si sarebbe aspettato di essere citato in un’Enciclica - in cui egli pone la sorella Elizabeth di fronte a un bivio: accontentarsi della fede come consolazione o diventare discepolo della verità che non smette mai di indagare. Papa Francesco annota che, dopo aver condannato la fede come luce illusoria, l’uomo contemporaneo ha pensato «di poterla conservare, di trovare per essa uno spazio perché convivesse con la luce della ragione. Lo spazio per la fede si apriva lì dove la ragione non poteva più illuminare, lì dove l’uomo non poteva più avere certezze» (3).

Così la fede è diventata luce soggettiva, «capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiare il cammino» (3). Ma questa riduzione intimistica e fideistica ha travolto la stessa ragione autonoma che invece di porsi mete alte e obiettivi grandi si è essa stessa frantumata in mille fiammelle, con le quali ognuno percorre un pezzo di strada.

La luce della fede illumina anche la ragione non perché la sovrasta e l’annulla, ma perché la stimola a non accontentarsi dell’esperienza della sua finitezza. In questo senso, anche oggi si deve dire che la questione seria per la filosofia e l’antropologia resta Cristo, che mostra che la piena comprensione della soggettività umana avviene, anche nella storia, soltanto dentro la costitutiva relazione con Dio.



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