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PAPA/ Nietzsche e quella “luce” capace di dar senso all’uomo moderno

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In questi anni si è molto discusso, in ambiti tra loro differenti, di quella che è stata definita la “questione antropologica”. Ebbene, rileggendo le sobrie pagine, di serena bellezza, della Lumen Fidei, appare, a mio avviso, con chiarezza, che in realtà, anche per la prospettiva filosofica, il problema antropologico è in primo luogo il problema cristologico. Abbiamo forse trascurato, come credenti, impegnati in un tavolo da gioco in cui chi distribuiva le carte non eravamo noi, che nella storia dell’umanità la prima e autentica svolta antropologica avviene con l’annuncio cristiano. Non è possibile ignorare che nella figura di Cristo si prospetta un nuovo modo di pensare sia l’uomo, sia Dio.

Come già ricordava Romano Guardini, quell’enigmatica espressione che voleva l’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, posta in una tradizione in cui di Dio non si ha immagine, né nome pronunciabile, si scioglie nell’evento dell’Incarnazione e della Resurrezione, nel quale Dio rivelandosi mostra all’uomo il suo vero volto. Ancora oggi quest’affermazione risveglia la ragione umana dal duplice torpore dell’agnosticismo e del fideismo delle piccole consolazioni private: una faccenda che ha che fare con la storia personale e collettiva dell’uomo non può essere recintata nel terreno delle semplici opzioni, e la filosofia, come per secoli ha fatto, dovrebbe riprendere l’interrogativo sul rapporto tra uomo e Dio lasciandosi almeno interrogare su quanto di nuovo e inesplorato potrebbe dire se solo rifuggisse dalla pigrizia del ripetere il già detto.

La ragione e la fede, come modi del dire e del vivere, si incontrano in primo luogo sul terreno comune dell’esperienza sensoriale, di quel vedere, ascoltare, toccare, camminare, che nell’ Enciclica sono i verbi che introducono alla presenza di Dio. La luce della fede, va subito detto, è Cristo, che nel Vangelo di Giovanni si presenta così “Io sono venuto nel mondo come luce” (I).

Soltanto avendo ben presente questo incipit dell’Enciclica Lumen Fidei si può comprendere che non ci troviamo di fronte a una teoria sull’esistenza di Dio, ma, al contrario, alla narrazione di un’esperienza di Dio che si rende concreta anche oggi, attraverso quanti, a partire da Papa Francesco, ne sono testimoni. Un magistero vivente, che è consapevolezza e storia: l’Enciclica afferma che la fede «procede dal passato, è la luce di una memoria fondante, quella della vita di Gesù, dove si è manifestato il suo amore pienamente affidabile, capace di vincere la morte. Allo stesso tempo, però, poiché Cristo è risorto e ci attira oltre la morte, la fede è luce che viene dal futuro, che schiude davanti a noi orizzonti grandi, e ci porta al di là del nostro “io” isolato verso l’ampiezza della comunione» (4).

In Cristo l’immagine della luce si salda con quella del “dono”. Alcuni commentatori hanno sottolineato la problematicità di questa figura, evocando una sorta di arbitrarismo divino che privilegerebbe alcuni rispetto ad altri: in realtà la libertà di Dio è proprio nell’essersi fatto “dono” a tutti gli uomini in Cristo, luce del mondo e della storia.



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