BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

BEATO CARLO D'ASBURGO/ L'arciduca d'Austria: mio nonno, la fede e l'Europa dei massoni

Pubblicazione:

Carlo I d'Asburgo (Immagine d'archivio)  Carlo I d'Asburgo (Immagine d'archivio)

Nell’imperatrice Zita un carattere gioioso e pieno di umanità conviveva con un’autodisciplina e un senso del dovere inflessibili: espressioni come «ho diritto a...» per lei non esistevano. Allo stesso tempo non si lasciò mai vincere dal rancore verso chi le aveva voltato le spalle. Già in età avanzata, leggeva ogni giorno quattro o cinque quotidiani in lingue diverse per tenersi informata e seguiva personalmente l’educazione religiosa di tutti i nipoti. Senza quello spessore spirituale che la accomunava al marito non ce l’avrebbe mai fatta. Quando morì, nel 1989, all’età di quasi 97 anni, nonostante i perduranti difficili rapporti tra gli Asburgo e la repubblica austriaca, mia nonna ebbe delle esequie solenni, degne di un’imperatrice e di una persona come lei. Come ai vecchi tempi, il suo feretro fu portato processionalmente alla Cripta dei Cappuccini e migliaia di persone, tra cui moltissimi giovani, presero parte alla cerimonia. Nei giorni che precedettero il funerale vi fu un tale afflusso di persone desiderose di renderle omaggio che si decise di tenere aperte anche di notte prima la chiesa del monastero di Klosterneuburg e poi la cattedrale di Vienna.



Pur con tutti i suoi problemi, anche gravi, di coesione interna, tra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento la monarchia austro-ungarica si presentava come una compagine economicamente in crescita, articolata in regioni che godevano di autonomie e parlamenti locali. Un impero nel quale una dozzina di popoli che parlavano altrettante lingue e professavano religioni diverse convivevano in maniera sostanzialmente armonica – almeno in confronto con quanto accadde dopo il 1918 – sotto la guida di quella che lo storico Adam Wandruszka ha chiamato la dinastia «più europea e più cattolica» di ogni altra. Alle soglie del centenario della guerra che pose fine al vecchio impero, qual è il retaggio che quest’ultimo ci lascia? Cos’ha ancora da dire quella che è stata la civiltà mitteleuropea all’Europa di oggi?
Per l’imperatore Carlo questo aspetto della monarchia danubiana, un luogo in cui popoli diversi potessero convivere pacificamente con comuni benefici, ma conservando ognuno il proprio patrimonio culturale, linguistico e religioso, era fondamentale e si proponeva anzi di renderlo ancora più coerente ed organico facendo dell’impero una vera confederazione di popoli legati tra loro da un sistema politico comune e da un’unione doganale. Per il resto, direi che la civiltà mitteleuropea ha lasciato una traccia profonda nei territori che appartennero alla duplice monarchia e nei cuori dei loro abitanti, una traccia che non è stata cancellata del tutto dal nazionalismo, dal nazismo né dal comunismo. Si tratta di un inconfondibile clima culturale... Ad esempio se uno va a Košice, nella Slovacchia orientale, quasi al confine con l’Ucraina, trova una splendida cattedrale gotica in stile tipicamente occidentale! Allo stesso tempo la città è sede di una diocesi greco-cattolica (di rito bizantino)... Ovunque, insomma, si percepiscono radicate identità culturali che convivono con un invincibile senso di appartenenza a un’ecumene che va ben oltre gli attuali angusti confini.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >