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LETTURE/ Beppe Fenoglio e quel miracolo di una grazia senza nome

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Beppe Fenoglio (Immagine d'archivio)  Beppe Fenoglio (Immagine d'archivio)

Dinanzi alla morte crollano tutte le sue certezze, le fragili ragioni dell’impegno politico non reggono più. Rivolto a Lancia: “Tu te la senti di morire per l’idea? Io no. E poi che idea? Se ti cerchi dentro, tu te la trovi l’idea? Io no. E nemmeno tu”.

Tutto il distacco e la diversità da quel mondo esplodono. Max non aveva mai ucciso, ha orrore per la violenza; quando ha visto uccidere un fascista gli sembrava che il cielo gli crollasse addosso. Ma è soprattutto un episodio a stagliarsi nella sua memoria: quando ha catturato un repubblichino ha provato pietà, tanto da pensare di confortarlo. Non gli ha sparato, lo ha consegnato al suo comando con la promessa che sarebbe stato risparmiato. Ma i suoi compagni tradirono e uccisero il prigioniero. Avverte il senso di un’acuta ingiustizia: “Quando ho vinto non ho intascato la posta, e adesso che ho perduto devo pagarla per intero. Ma mi sembra di pagare per degli altri”.

Dalla tana in cui sono rinchiusi, sentono i soldati giocare a calcio. Voci “calde e liete” di giovani penetrano nel luogo della sofferenza: Max immagina “le fughe e gli arresti” sul terreno invetriato dal gelo invernale e poi avverte “schioccar di dita, i botti del pallone ed il suo corto fruscio per l’aria”. Lo scrittore usa parole come “fughe” e “arresti”, riferibili sia alle azioni partigiane che al gioco del calcio: nella mente disorientata del giovane esse sembrano sovrapporsi in un tragico delirio. Il momento è giunto, le guardie sono arrivate a prelevare i due prigionieri per condurli davanti al muro. 

I soldati, forse gli stessi che un’ora prima giocavano a football, fanno loro attraversare le strade e la piazza del paese, per portarli accanto a un altro muro, quello del cimitero, dopo quello del carcere. Max urla, sperando di attirare l’attenzione della gente. E soprattutto si chiede: dove sono i partigiani adesso? Perché non saltano fuori a salvarlo? In un crescendo degno di Dostoevskji, Max sente su di sé “il rumore della fine del mondo e tutti i capelli gli si rizzarono in testa”. Ai suoi piedi corrono rivoli di sangue: è il compagno Lancia steso a terra. I soldati ora fissano lui. Ma, ad un ordine del comandante, i soldati si lasciano alle spalle quel muro e si indirizzano, insieme a Max, verso la città. Gli viene spiegato che, fin dalla sera prima, un prete era sceso dalle colline, a intercedere per la sua liberazione: come ne L’idiota di Dostoevskij l’uomo, a cui era stata inflitta l’angoscia suprema, viene graziato all’ultimo momento.

Max non risponde e guarda “l’erba spuntare gialla tra la neve”. Anche lui, come il Barabba di Lagerkvist, non sa chi ringraziare della sua salvezza. Bisognerebbe proprio che ci fosse un Dio, avrebbe potuto dire Fenoglio.



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