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PAPA/ Chi ha paura della visita di Francesco a Lampedusa?

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Non si può integrare senza entrare in contatto (come si è visto ciò è all’origine del fallimento del multiculturalismo), né, parimenti, si può chiedere allo straniero di abbandonare in pubblico la propria cultura, garantendogli la possibilità di esprimerla negli spazi privati (si tratta del modello laicista che è tanto in voga in Francia, anche sul tema delle identità religiose). L’integrazione presuppone la piena accettazione dell’altro, all’interno di un quadro ideale (e conseguentemente giuridico) che ne permetta l’espressività e ne richieda il rispetto per la cultura del Paese ospitante.

Gli stati occidentali (e l’Onu) hanno definito questo quadro ideale nei termini tipici dell’illuminismo: i diritti individuali sono alla base di quell’orientamento culturale che vive una profonda crisi, perché non in grado di capire la complessità del fenomeno. Il tema dell’integrazione ha a che fare con gli aspetti relazionali di un soggetto: “spostare un individuo da un posto all’altro non è come spostare un mobile”. L’integrazione richiede spazi di socialità, di relazionalità, che non possono essere “liquidati” appena con un diritto alla cittadinanza. La piena integrazione non è con lo Stato, ma con la società nella quale il soggetto migrante va a vivere. L’Italia deve fare lo sforzo di definire propri principi ideali che siano il più possibile inclusivi dell’altro, e contemporaneamente rispettosi della nostra tradizione culturale. Le scorciatoie scelte in questi anni (vedi legge Bossi-Fini o Turco-Napolitano) non hanno prodotto risultati positivi, perché si sono inserite in un contesto che non ha affrontato il problema in maniera completa: hanno soltanto regolato gli accessi sul nostro territorio.

L’integrazione con l’altro presuppone una chiara identità del paese ospitante: per poter entrare in dialogo con qualcuno (senza soccombervi o restarne distaccato) è necessario esprimere i propri principi fondanti. Per questo non possiamo eludere la domanda:  qual è la nostra identità? La riposta rappresenterà “il modo con il quale pensiamo l’integrazione”.

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