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LETTURE/ La logica di Severino fa flop (ma lui non se n'è accorto)

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Non mi stupisce che in tanti si siano dedicati al pensiero di Severino, sia per la provocatorietà delle tesi metafisiche che propone, sia per l’interesse della cintura di considerazioni di contorno che svolge, sia per la modalità studiata in cui si presenta. Riconosciuto tutto questo, resta la domanda: è possibile chiudere definitivamente i conti col pensiero di Severino?

Per capire cosa succede con l’ontologia di Severino e quindi per farci i conti, propongo la situazione che segue, ispiratami dal capolavoro di Edwin A. Abbot, Flatlandia. In un mondo a due dimensioni, le ipotetiche conversazioni tra un quadrato e un triangolo, immaginandoli dotati di coscienza, riguarderebbero figure e rappresentazioni al più bidimensionali. Se una sfera volesse intersecarsi con quel mondo, per dare traccia della propria ulteriorità, finirebbe per offrirsi in esso bidimensionalmente, in forma di cerchio, o meglio nella forma della successione di un punto, seguito da una serie di cerchi concentrici prima crescenti, poi calanti, finendo in un punto. Nulla in quel mondo dunque, anche la presenza di un ente di per sé tridimensionale che volesse interagire, riuscirebbe a portare alla luce qualcosa di diverso da ciò che lì si può trovare. 

Per tornare a noi, non si può convincere Severino dei limiti del suo pensiero. Ciò a maggior ragione in quanto lui si sente investito della missione di indicarci la verità (i suoi scritti indicherebbero la verità «come un dito indica la Luna»). A ogni tentativo infatti Severino reinterpreterebbe la critica ricevuta sulla base delle proprie categorie, così da riconfermare ciò che già pensa, una volta di più. Qualcosa del genere la farebbe un triangolo di Abbot che dicesse che non ci sono sfere, perché lui vede solo e soltanto cerchi concentrici. 

In metafisica ci sono dei casi in cui, bisogna ammetterlo, il fatto di discutere non porta lontano: assumendo un punto di vista interno al pensiero dell’autore, la conversazione non porterebbe a nulla; assumendo un punto di vista esterno, invece, non si verrebbe capiti. Quello che servirebbe da parte di Severino sarebbe la disponibilità a una conversione, come quella del quadrato di Abbot il quale coglie che i cerchi concentrici che osserva sono il segno di un di più, di una ontologia più ricca. 

Nel frattempo, per fare i conti con Severino bisogna riconoscere che la sua ontologia è una costruzione angusta. Dopo tutto, già solo l’ontologia sottesa da Abbot al mondo a due dimensioni, rispetto a quella di Severino, offre una varietà e una complessità mozzafiato e di maggiore interesse.



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