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PITTURA/ Il '900, la guerra al paesaggio e l’incapacità di custodire il creato

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Filippo Tommaso Marinetti  Filippo Tommaso Marinetti

De Chirico, in realtà, non era disinteressato al paesaggio, ma ne coltivava una nozione opposta a quella impressionista: alla pittura all’aria aperta, nata dalla sensazione immediata, contrapponeva una composizione meditata. "La natura non si deve sorprenderla. Fu questo lo sbaglio e la mancanza di tatto degli impressionisti.[…] La natura va educata, velata, adombrata, coltivata, nel mistero e nel silenzio dello studio. Pittori antichi come Poussin, Brill, Claude Lorrain e altri, usavano fare studi di paesaggio dal vero. Ma tali studi servivano loro per comporre poi il quadro che veniva elaborato e terminato nella tranquillità austera dell'atelier. Per questo le loro opere hanno l'aspetto severo e duraturo che sfida i secoli", scrive nel 1919.

Le considerazioni di De Chirico sono in sintonia con la poetica del Ritorno all’ordine che si diffonde in tutta Europa dal dopoguerra alla metà degli anni Venti. Animato dall’ideale di una “classicità moderna”, il Ritorno all’ordine  considera il paesaggio con sospetto. Riallacciandosi alla gerarchia dei generi formulata nel Rinascimento, vede infatti nella figura il soggetto fondamentale della rappresentazione. “Il paesaggio in pittura è uno schiavo, il padrone è l’uomo”, scrive un po’ brutalmente Ojetti.  E Sironi, in un appunto degli anni Venti, osserva: “La pittura di paesaggio è un ostacolo allo sviluppo della vera grande pittura di figura[…] Le sue conseguenze sono il rammollimento del gusto e tutti i romanticismi”. Terre, acque, vegetazioni sono relegate, in questo periodo, sullo sfondo di avvenimenti storici, episodi letterari, racconti biblici, oppure si popolano di figure mitologiche e memorie archeologiche (rovine, statue, cippi), come avveniva nel paesaggio classico secentesco.

      Non mancano certo, negli anni fra le due guerre, paesaggi affascinanti, da quelli carichi di mistero e sogno di Carrà (col suo indimenticabile Pino sul mare, 1921) a quelli georgici di Morandi, Soffici e Tosi, a quelli lirici del chiarismo, della Scuola Romana e di “Corrente”.

Eppure in generale si può dire che il paesaggio abbia avuto vita difficile nella pittura del Novecento. Non diversamente dalla natura, distrutta e avvelenata come non era mai successo prima. E sembra quasi che, quanto più l’uomo ha creduto di essere il creatore di se stesso, tanto più abbia avuto difficoltà a custodire (e rappresentare) quello che un tempo si chiamava il creato.



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