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PITTURA/ Il '900, la guerra al paesaggio e l’incapacità di custodire il creato

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Filippo Tommaso Marinetti  Filippo Tommaso Marinetti

Il ventesimo secolo si è aperto, in pittura, con una dichiarazione di guerra al paesaggio. Vediamo solo qualche dato, muovendo dal futurismo, dalla metafisica e dal Ritorno all’ordine.

I futuristi non ne potevano più di quadri e quadretti con tramonti sul lago e albe in montagna. Nel febbraio 1910, in un piccolo caffè di Porta Vittoria a Milano, Boccioni, Carrà e Russolo, sollecitati da Marinetti, avevano stilato una vasta dichiarazione di poetica che, rielaborata concitatamente con l’aiuto di Marinetti stesso e Decio Cinti, era divenuta il Manifesto della pittura futurista. “Finiamola, coi […] Laghettisti, coi Montagnisti!... Li abbiamo sopportati abbastanza, tutti codesti impotenti pittori da villeggiatura!" avevano scritto. Il paesaggio, insomma, sembrava un genere irrimediabilmente vecchio, ottocentesco. Nasce infatti in questo periodo il “paesaggio urbano”, che ha come soggetto non la natura, ma la città.

Già nel 1907, del resto, Boccioni aveva confessato nel suo diario: "I campi, la quiete, la casetta, il bosco...tutto questo emporio di sentimentalismo moderno mi hanno stancato". Senza saperlo attaccava così il cuore stesso del concetto di paesaggio, che nella pittura occidentale è legato prevalentemente a una nozione di quiete. L’interesse per la furia della natura e lo scatenarsi degli elementi (preceduto da un incunabolo come La tempesta del Giorgione, dove comunque si vede solo un lampo) si sviluppa ampiamente solo col Romanticismo e rimane complessivamente minoritario nelle scelte iconografiche. Sembra insegnarlo anche l’etimologia: “paesaggio” deriva da pagus, “villaggio”, la cui radice pag è una variante di pak, pace.

Sempre Boccioni, in una lettera a Sibilla Aleramo, rivolge agli alberi i seguenti complimenti: "Mentre vi scrivo piove. Brontolii del tuono. Tutti scappano. Gli alberi si agitano in masse verdi schiaffeggiati dall'acqua. Come sono imbecilli con la loro staticità radicata. Pensare che la campagna è tutta così. Come fate a viverci?".  Severini poi, nel manifesto Le analogie plastiche del dinamismo del 1913, invita a sopprimere “i paesaggi agresti”  e a sostituirli con “elementi dinamici come un aeroplano in volo + uomo + paesaggio”.

Anche la pittura metafisica di De Chirico, però, non rappresenta paesaggi nell’accezione tradizionale del termine. Solo nel 1918 De Chirico disegna degli interni in cui si scorge, accatastato tra righe e squadre, un dipinto con una marina o un bosco. Non è un paesaggio, è un quadro nel quadro dal voluto effetto straniante.



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