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STORIA/ Willi Münzenberg, il genio che "tradusse" il comunismo in parole borghesi

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Willi Munzenberg (Immagine d'archivio)  Willi Munzenberg (Immagine d'archivio)

L’opera di Martino Cervo offre un’interessante narrazione dell’avvincente esistenza di questo poliedrico comunista tedesco, che finirà i suoi giorni braccato sia dalla Gestapo, sia dalla Nkvd. Strenuo oppositore del nazionalsocialismo, Münzenberg è il pragmatico depositario dell’ideologia sovietica. Tuttavia, mantiene sempre una posizione eterodossa nei confronti di Mosca, che gli procura non pochi problemi e un numero elevato di nemici. Alla vigilia del patto Ribbentrop-Molotov, Münzenberg sfida Stalin ed è costretto alla fuga prima in Svizzera e poi in Francia. Nell’ultimo colpo di scena di una vita che somiglia terribilmente a una spy story, Münzenberg diventa addirittura liberale.

E, dalle colonne di Die Zukunft, inizia a combattere una battaglia culturale per il futuro della democrazia in Europa. Nell’autunno del 1940, Münzenberg – ufficialmente morto suicida, anche se la sua compagna accusa da subito gli agenti di Stalin – viene ritrovato con una corda intorno al collo in un bosco della provincia francese. Il nodo di quella corda per lungo tempo ha soffocato il ricordo di una figura centrale del XX secolo. Una figura che è stata volutamente rimossa dalla storia per la sua poliedrica capacità di manipolare i canali della comunicazione politico-ideologica novecentesca. Martino Cervo scioglie – e, in un certo senso, taglia gordianamente – proprio quel nodo, restituendo la necessaria attenzione sulla parabola esistenziale di un grande "stregone" della propaganda.



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