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ROBERT WALSER/ Il senso religioso di quei "vagabondi" che confidano nella vita

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Robert Walser (Immagine d'archivio)  Robert Walser (Immagine d'archivio)

Tuttavia un altro tratto davvero felice accomuna i cartacei alter ego del Nostro al Robert in carne ed ossa: l’esser sempre tesi a cogliere l’attimo, l’esser disponibili a vivere il presente con spensierata, grata accoglienza, rimanendo nell’hic et nunc, qualunque cosa l’ora e l’ambito o la fortuna arrechino loro.

Ciò non significa però essi risultino incoscienti, inclini alla rimozione oppure peggio ancora indifferenti/insensibili al disagio al dolore proprio o del mondo (Weltschmerz). Nulla di tutto ciò. Semmai vi è una sorta d’innocente candore in questi Wanderer affascinati da un laghetto montano, da un prato in fiore, da un paesaggio innevato; in questi eterni adolescenti che pure da adulti mantengono intatta la freschezza dello stupore di fronte alla sperduta radura d’un bosco (Waldwiese), quasi fossero in grado di cogliere l’anima mundi, di avvertire la presenza del divino in ogni cosa. Così i personaggi di Walser subiscono traversie, perdite e sconfitte senza turbarsi più di tanto, non rimanendo impensieriti nemmeno di fronte alla morte, anzi guardando ad essa come ad un compimento propizio dell’esistenza terrena.

Torno a dirlo, perché a mio avviso è basilare: nelle opere del Nostro non si rimuovono, non si esorcizzano il dolore, il perturbante, l’inquietudine che pur soffrono i protagonisti di tanti scritti walseriani. Si riscontra piuttosto un’accettazione religiosa nei confronti degli aspetti negativi del vivere che consente loro di abitarli con una arrendevolezza che può sconcertare chi la scambi per un rinunciatario ed ignavo subire. I personaggi dei racconti e in modo particolare dei romanzi walseriani (ma anche il loro autore di cui, come accennavo sopra, essi rappresentano in modo palese degli alter ego contraddistinti da un quasi sempre analogo modo di comportarsi e di pensare) possono quindi venir considerati religiosi in quanto, più che essere legati a/da una specifica devozione o teologia, si sentono semmai uniti strettamente al tutto; li avvince e li accomuna insomma l’amore per ogni aspetto del creato; li lega il sentirsi parte del mondo e di quanto esiste − ossia dell’essere − sprezzando l’egoità e, ritenendo illusoria la separazione per cui tutti noi saremmo monadi slegate le une dalle altre, essi avvertono piuttosto l’interdipendenza che ci unisce agli altri viventi ed alle cose (all’apparenza) inanimate. Così, amanti della fratellanza universale, si rivelano perciò caratterizzati da una religiosità/spiritualità che esprime un’anti-individualistica tensione inesausta all’uno e alla pienezza, ossia a Dio.

Francesco Roat è autore del saggio "La pienezza del vuoto. Tracce mistiche nei testi di Robert Walser", Ed. Vox Populi, 2012.




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