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PAPA/ Barcellona: ecco chi vuole "trascinare" Francesco in politica (ma non vi riesce)

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Papa Francesco (InfoPhoto)  Papa Francesco (InfoPhoto)

Eppure leggendo i più recenti commenti, da Ravasi a Mancuso, sembra che la Rivelazione del mistero della fede, così straordinariamente espressa dal Papa, sia secondaria rispetto al katéchon del tempo attuale; il linguaggio dei teologi resta un'ennesima versione del "ragionamento" occidentale, all'interno di una visione filosofica e politica del tempo storico. Vi è una sfasatura drammatica tra la chiacchiera giornalistica sul tempo attuale, in cui il linguaggio va gestito in funzione del potere, e la Parola del tempo messianico, un infinito di cui si scorge il mistero nella durata dell'istante in cui si manifesta. Per tornare ad Agamben: "il potere profano – Impero romano o altro – è la parvenza che copre la sostanziale anomia del tempo messianico. Con lo scioglimento del 'mistero', questa parvenza è tolta di mezzo, e il potere assume la figura dell'ánomos, del fuorilegge assoluto".

Il linguaggio apocalittico di Papa Francesco è luce gigantesca e, insieme, rivelazione di una verità, non meno radicale, che rende ánomos ogni potere, persino il katéchon – potere che frena, come ci ricorda Massimo Cacciari. Il momento della decisione, del sì o del no, impone di non leggere le parole del Papa nei termini di un aggiornamento del katéchon, e di prendere consapevolezza dello scarto immenso tra religione codificata nel tempo storico e Rivelazione di Cristo, che esula dagli schemi teologici e filosofici del tempo. "La potenza si compie nella debolezza" (2 Cor. 12, 9-10). Come fa notare ancora Boff, "il nome Francesco è più che un nome, sta a indicare un altro progetto di Chiesa sulle orme di San Francesco d'Assisi: «Una Chiesa povera per i poveri», come ha detto, umile, semplice, con «l'odore delle pecore» e non dei fiori dell'altare. Per questo ha lasciato il palazzo apostolico per andare a vivere in un convitto, in una camera semplice, e mangia alla mensa con gli altri ospiti".

In questo senso, la denuncia del dominio e della fascinazione del denaro, nei discorsi di Papa Francesco, non è mai riducibile ad un pauperismo da elemosina, ma è scelta fisica e metafisica che indica l'unica via possibile. Ancora Agamben ha messo in evidenza il carattere, per usare un concetto provocatorio, addirittura "religioso" dell'idolatria della moneta che caratterizza la nostra epoca. Ed in effetti la venerazione del denaro è pericolosamente simile ad un "credere" in qualcosa che oltrepassi la contingenza: se la società è dominata dall'espressione "credito", ciò si può spiegare come "fede" in un adempimento futuro di una promessa di pagamento, ma anche col fatto che il "credito", sciolto da ogni connessione con la propria radice linguistica, si presenta come strumento organizzativo dei rapporti sociali, del produrre e del consumare.



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