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SPILLO/ Gaber e Ada Negri ci salvano dai nemici di Ferragosto

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«Facciamo bene a stare insieme stasera, facciamo bene perché è sabato sera», mi rimprovera la saggezza del mondo. Non devo menarmela, ci si vede "per stare insieme": cavolo, ma un minimo di filosofia, al terzo anno del liceo, l'avranno fatta!? Stare insieme è un fenomeno, non uno scopo. Il per va messo dopo, non prima: "stare insieme per?". Ci scambiamo parole destinate al tempo di una sera, e nemmeno, di qualche minuto: «Ma non v'è momento / che non gravi su noi con la potenza / dei secoli; e la vita ha in ogni battito / la tremenda misura dell'eterno» (Ada Negri, Tempo). Chi se ne accorge? Il tempo non ha peso, d'estate. Se ne può perdere, si può buttare. Tanto non ci insegue nessuno, possiamo alzarci quando vogliamo. Non c'è il lavoro a dettare gli orari: come se il datore di lavoro fosse appena il datore di lavoro o l'insegnante che rompe, come se chi ci dà il lavoro quotidiano non fosse Dio, come se alzarsi non fosse la risposta a Lui, ma al caporale di turno, d'inverno, e a nessuno d'estate. 

Chiacchiere da ombrellone, film messi lì, ogni estate sempre gli stessi, soprattutto da quando i canali sono diventati troppi, a moltiplicare la monotonia: Senti chi parla, tutta la saga evergreen della principessa Sissi, Bianco rosso e verdone. Me ne vedo uno, che sta lì, nel palinsesto, e che alla fine mi va pure bene. Ce ne convinciamo: che le cose ci piacciono, mentre ce le siamo fatte piacere. Entro in macchina e accendo la radio, in automatico: ho bisogno di sentire un po’ di musica, mica qualcosa di particolare, e alla fine mi arrendo all’ennesima stazione («in radio c’è anche un pezzo che mi va», canta Daniele Silvestri). Ce ne convinciamo: che le cose ci piacciono, mentre ce le siamo fatte piacere. Entro in macchina e accendo la radio, in automatico: ho bisogno di sentire un po' di musica, mica qualcosa di particolare, e alla fine mi arrendo all'ennesima stazione. E vedo che anche in spiaggia la gente legge: qualunque cosa, basta leggere, che fa bene (ma mica darebbero la vita proprio per quel libro). Come chi viaggia perché d'estate si viaggia, quelli che «si lasciano viaggiare», diceva Lucio Dalla: "Dove andiamo quest'anno? Sharm, Grecia, crociera? O niente viaggi, per colpa della crisi?" Le isole greche non esistono in sé: è che quest'anno tocca a loro. Ancor più tragico è che nemmeno "niente viaggi" esiste in sé: è "colpa della crisi". Cancellata l'ipotesi che si possa scegliere di starsene a casa. Il bisogno indotto di staccare la spina è così radicato che a non esserne intrappolati ci si sente in trappola. E allora, «mentre ognuno suona come gli pare e tutti suonano, come vuole la libertà», «di colpo ti viene il sospetto che in tutta la vita non hai mai scelto» (Giorgio Gaber).  



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