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SPILLO/ Gaber e Ada Negri ci salvano dai nemici di Ferragosto

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Bisogni indotti: di serate, di sms, di minuti, di chiavette internet, di parole, di canzoni, di gente. Il dubbio di non esistere, senza. Bisogni indotti come i cornetti alle 3 e mezza di notte quando attraversi l'Italia in pullman, e ti tocca la sosta in autogrill: avevi sonno, e la maledici, ma poi entri e ti viene fame, e fai pure il socievole. 

O come, risalendo in pullman alle 4 e un quarto, il bisogno indotto di strusciarsi, di posare la testa sulla spalla di un'altra, di pomiciarsi, con chicchessia. Per carità, i miei ormoni sono ormai in «quiete dopo [nemmeno] la tempesta». Ma sono pur sempre circondato, insomma: telefonate, messaggi, sms, film, cornetti, amici, serate, blablabla. Mi rubate la solitudine, maledetti! «E ho guardato la televisione, e mi è venuta come l'impressione che mi stessero rubando il tempo e che tu, che tu mi rubi l'amore. Ma poi ho camminato tanto e fuori c'era tanto sole che non ho più pensato a tutte queste cose». Caro Vasco, io non riesco neanche a non pensarci: mi rubano me, mi rubano! Dovrebbero ridarmi a me stesso, abbiamo bisogno di «RIavere noi stessi dagli altri» (Cesare Pavese), e invece «mi tolgono la solitudine senza farmi compagnia» (Friedrich Nietzsche).

Vorrei sentire di più la mia solitudine. Loro non me la fanno sentire. Sono lì lì per accorgermene e… tac! una chiamata, un sms, i balli di gruppo tamarri sulla spiaggia, un'altra chiamata, la rimpatriata, cascate di chiacchiere, vortici di giga. Inutili, che mi portano via il tempo: anche oggi è già tardi, mi son lasciato vivere. Così mi anestetizzano. Mi leccano la mia ferita, schifosi, me la fanno sentire di troppo, mi convincono che va tutto bene, che non c'è problema: relax! E che una compagnia vale l'altra, una parola vale l'altra, un film vale l'altro. "Che male c'è?" insinuano. E quello che sono ("ma di che sta mai parlando questo qui?") mi muore dentro, sempre più nascosto, irriconoscibile. 

Come vorrei che qualche volta qualcosa capitasse, ma solo per me. Non essere un granello nella sabbia dei minuti, delle mailing list, degli ombrelloni, delle comitive. Essere necessario: «Ancora illuderti potessi / d'essere creatura necessaria / ad altra creatura, e quella a te! / Posare il capo su la spalla d'uno / che di te tutto sappia, anche le colpe, / e tutto ami, anche il male, anche i crudeli / segni del tempo; e tutta ti raccolga / nelle sue braccia!» (Ada Negri, Deserto). 



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