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SPILLO/ Gaber e Ada Negri ci salvano dai nemici di Ferragosto

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Sì, vorrei essere necessario. Non uno che capita, e che se c'è o non c'è fa lo stesso: ne chiami un altro, ne vedi un altro. Indispensabile, uno che se lo sposti l'universo barcolla. Proprio il contrario di quello che ci hanno insegnato, perfino gli allenatori alla Domenica sportiva: "nessuno è indispensabile". No, da piccolo la promessa non era questa. Era alta, tremenda e personale: tutto per me («è per te ogni cosa che c'è»: o no?). Per me mio papà, per me la mia pistola ad acqua, per me le stelle. 

Pasolini fa venire i brividi, quando osserva che molti si portano addosso già prima di nascere, dentro la pancia della mamma, «il sentimento inconscio di essere "a carico" e "in più"»: e questo «non può che aumentare immensamente la loro ansia di normalità» (Lettere luterane). Se siamo capitati qui per caso, buttati qui – in un bel parco giochi, pieno di gonfiabili e di sms, ma pur sempre chiusi dentro –, non ci resta che sforzarci per rimanere a galla, per sguazzare nel nulla sempre più organizzato. 

Poi però mi ricordo di una delle prime cose dette da Benedetto XVI: «ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario» (24 aprile 2005). Forse l'estate mi è data per scoprirlo. Per accorgermi di quello che è per me, e buttare a mare quello che non lo è. E forse solo per questo vale la pena usare anche minuti, giga, canzoni, serate, parole. Magari capita di poter dire di qualcuno (o di sentirsi dire da qualcuno), come fece Beatrice con Dante, che questo è «amico mio, e non de la ventura». 

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