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MARTIRI DELLA RUSSIA/ Quella "strana" santità che illumina la fede dell'occidente

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Celebrazione ortodossa (Infophoto)  Celebrazione ortodossa (Infophoto)

Il seguito della mostra introduce nelle vicende degli anni successivi alla Rivoluzione d'Ottobre, secondo due direzioni principali: da un lato abbiamo dei pannelli che descrivono in modo estremamente sintetico gli avvenimenti fondamentali che si susseguono nei decenni dal 1920 al 1960; dall'altro, vengono proposte ai visitatori le figure di alcuni martiri ritenuti particolarmente significativi e capaci di mostrare il permanere della fede e della testimonianza cristiana nonostante le molte prove e vicissitudini subite: dalle fucilazioni di massa alla spoliazione delle chiese e alla profanazione delle reliquie, alle divisioni indotte e favorite dal regime nella Chiesa ortodossa allo scopo di indebolirla e annichilirla, alle deportazioni e vessazioni patite dai cristiani, laici e membri del clero. Gli ultimi pannelli si soffermano invece sulla rinascita della Chiesa ortodossa dopo la fine del comunismo e, in particolare, sulla genesi dell'Università Ortodossa San Tichon, che ha promosso questa mostra insieme con la Fondazione Meeting.

Oltre a quanto già detto, nel dispiegarsi del percorso (arricchito anche da un'interessante mostra di oggetti appartenuti a martiri o detenuti nei gulag e nelle prigioni sovietiche) non mancano di proporsi al visitatore spunti decisamente "sfidanti" la nostra usuale concezione del martirio e della Chiesa: se infatti da un lato può stupirci il linguaggio sempre molto rispettoso (quasi aulico per la nostra sensibilità) con cui si parla dei martiri, o la scelta di presentare figure esemplari quasi totalmente appartenenti al clero (tra cui tuttavia, secondo l'uso delle Chiese orientali, vi sono molti sacerdoti sposati che hanno testimoniato la fede insieme ai loro familiari, generando sovente vicende commoventi per intensità e verità), dall'altro siamo posti di fronte a modalità di espressione della fede che ricordano l'acutezza disarmante dei Padri del Deserto dei primi secoli, e ci consegnano delle vere e proprie "perle" di sapienza e di radicalità nello sguardo sulla realtà. È ad esempio il caso di Afanasij Sacharov, vescovo per 33 anni (dei quali solo tre trascorsi in libertà e non nel lager o in esilio), che scrive: "Tutto ha un senso, un significato e uno scopo… non c'è uomo che almeno una volta nella vita non abbia servito qualcuno, e se ha servito è per questa opera buona che la vita gli fu data. E se qualcuno in tutta la vita non ha offerto nemmeno un solo bicchiere d'acqua, qualcuno l'avrà offerto a lui. Allora significa che il senso e l'utilità di quella vita è tutta nel fatto che un altro ha potuto fare del bene grazie a lui". Come meglio affermare il valore intrinseco e irrinunciabile dell'altro?

Ecco, dunque, perché "la luce splende nelle tenebre": perché nonostante le mille ferite, prove, durezze, resistenze, debolezze, vicende tristi e gloriose dei suoi fedeli e pastori, la Chiesa ortodossa russa ha potuto – per la Grazia di Cristo! – resistere a chi voleva distruggerla, e questo in uomini e donne che hanno riconosciuto l'adesione a Cristo come il punto irriducibile della propria identità e dignità. 



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