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DIALOGO SULLA LIBERTA'/ Natoli: gli altri sono "strumenti". Mazzarella: senza realtà rimane il nulla

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Michelangelo, David (1501-1504) (Infohoto)  Michelangelo, David (1501-1504) (Infohoto)

E. MAZZARELLA: «Ridare identità all'uomo» è un imperativo antropologico già chiaro a Giussani nel Volantone del 1988. Qualcosa, la sua identità, di cui l'uomo non può farsi espropriare né da una società che gli dica cosa gli spetti o possa essere di quello che desidera essere, o da una scienza che magari al contrario gli dice cosa vogliono in lui automatismi neurofisiologici quando magari crede di essere lui a volere, e volere liberamente. A pena di perdere se stesso, questa è l'urgenza.

Ma nel concreto della percezione della realtà il cuore battente della sua identità, quale che siano le sue traversie, è la libertà, l'a priori esistenziale che decide se l'uomo perde o guadagna se stesso. Rispondere all'emergenza uomo, oggi, al repentaglio della sua identità, è saper tornare a vedere alla radice l'emergenza dell'uomo a sé come essere libero, e però esposto a essere davvero libero, o a perdersi alla sua stessa libertà.

Questo ci impegna in un lavoro ("giudizio e prassi creativa" diceva Giussani) sul senso vero della libertà, che quando è vera, è cioè esperienza reale di "soddisfazione" della vita non è mai solo libertà negativa, pura e semplice libertà da… come disponibilità di se stessi, delle proprie volizioni, che risponde solo a sé, limitata solo ab extra dall'eguale libertà negativa degli altri, ma è anche sempre positività della libertà, che la sottrae all'alienazione del girare a vuoto; libertà che si porta, "posta" su un progetto, qualcosa o qualcuno per cui vale la pena impegnare la propria identità.

Il richiamo alla libertà positiva nella temperie culturale e politica contemporanea non è scontato, perché nella cultura e nella politica del '900 la diffidenza per la libertà positiva ha una sua storia. Un grande liberale del '900, Isaiah Berlin, pur riconoscendo della libertà positiva l'ideale dell'autodeterminazione e della padronanza di sé, ne diffidava come vincolo esterno e deprimente le libertà individuali, meglio protette dalla libertà negativa. Berlin aveva in vista l'esperienza dei nemici politici della popperiana "società aperta", le "società chiuse" e il loro risolvere la "libertà degli individui" nella "libertà del popolo"; una libertà fondamentalmente in capo, come nella "libertà degli antichi", alle strutture oggettive della partecipazione individuale alla "pubblica libertà".

Ma le disavventure pubbliche della libertà positiva sulla scena politica del '900 non ci esimono dall'affrontare il nodo della libertà, che è propriamente questo, annodarla alla realtà, evitando il rischio da un lato di arenarsi sulla vuotezza della propria libertà, e dall'altro di naufragare su una positività negativa della libertà, su una sua posizione negativa, tanto nella sfera personale che nella sfera pubblica, che elida la possibilità della pienezza del suo esercizio.

Ma qual è l'identità di cui dobbiamo equipaggiarci per reggere questa navigazione tra due diversi ma eguali possibili naufragi della libertà? 



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