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LETTURE/ Il martirio di don Puglisi, ucciso da una mafia incompatibile con il Vangelo

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Padre Pino Puglisi (Foto InfoPhoto)  Padre Pino Puglisi (Foto InfoPhoto)

Mons. Bertolone chiarisce nel suo libro, che proprio per questo invito a leggere, tutti gli aspetti che hanno convinto la Congregazione per le Cause dei santi a riconoscere il martirio in odium fidei, ossia in odio alla fede. Emerge la figura di un prete che fa il suo lavoro amministrando i sacramenti, che si impegna in tutte le opere di misericordia, che certo, predica anche contro Cosa Nostra; ma questo suo impegno contro il male non è la nota prevalente del suo ministero sacerdotale. È dunque contro un sacerdote autentico, contro questo prete "senza aggettivi" che esplode l’avversione dei mafiosi. Lo si deduce dalla struttura mentale e materiale della mafia: i mafiosi, con il loro rito di affiliazione, scelgono di appartenere a un padrino, non al Padre celeste. L’attività sacerdotale di don Pino provoca, dunque, un odio criminale, un odium fidei.

 

Ma questa può essere una interpretazione buona al massimo per la Chiesa. Come si fa a dimostrarne la validità anche rispetto a tutta la società?

L’odio per la fede di don Puglisi è scritta con chiarezza nel verbale degli interrogatori dei suoi uccisori e di tutto ciò il libro offre compiuta giustificazione. Da essi emerge la pericolosità dell’azione di Puglisi, non per il bene che faceva, ma per la minaccia che rappresentava al potere della mafia. La mafia, con l’assassinio di don Puglisi, ha voluto colpire la Chiesa con un segnale forte, manifestando in questo modo l’ateismo pratico che la contraddistingue, non ostante certe parvenze di religiosità mistificatorie. Ma non è una dimostrazione solo burocratica.

 

Cioè?

 Cito, a memoria, la testimonianza resa in una manifestazione svoltasi al Palazzo di Giustizia di Palermo qualche giorno prima la beatificazione di don Pino da parte della dottoressa Mirella Agliasto, che in qualità di giudice a latere nel processo che condannò gli uccisori e i mandanti di Puglisi, scrisse le motivazioni della sentenza. Nel ripercorrere le tappe di quei difficili anni ha detto che la ricostruzione del delitto negli atti processuali non è mai stata contestata e che da essi emerge con chiarezza che l’odio per Puglisi nasceva dal suo essere prete e dal fare il prete in quel modo. Risulta anche che i mafiosi tentarono di avvicinarlo con lusinghe economiche. Gli offrirono parecchi milioni per la festa patronale. Ma quando rispose che era meglio destinare quella somma ai bisogni del quartiere non si fecero più vedere.

 

Quale giudizio si può dunque trarre?

 Già dalla lettura della sentenza, appare chiaro che a Brancaccio si consumò uno scontro tra poteri. Un muro contro muro che non era identificabile nel confronto tra le buone opere di don Puglisi e il falso solidarismo dei mafiosi. Si manifestò un odio alla persona del sacerdote che derivava non dalla sua bravura personale, ma dalla sua appartenenza a Cristo.

 

La ringraziamo.

 Mi permetta di concludere con una citazione di mons. Bertolone, che spero contribuisca ad accrescere la curiosità per leggere il suo libro: "Puglisi ha operato appassionatamente, edificando, come servitore e tessitore, attimo per attimo, il bene della comunità cristiana, che è anche bene comune, all'interno del quale si danno, dunque, alcuni valori e beni non soggetti alle leggi del mercato, del venire a patti, della trattativa o della collusione con qualunque altro potere che non sia quello divino. La testimonianza di Puglisi è una chiara indicazione circa le prospettive future di un atteggiamento netto da tenere, in nome della connessione tra culto eucaristico e beni non negoziabili, nei confronti di qualunque modo illegale e anticristiano di vivere, a volte endemico in alcuni territori, perché non è tanto la Chiesa di Puglisi che è antimafia, ma è la mafia che è antievangelica".

 

(Francesco Inguanti)



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