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MEETING 2013/ Il bunker non è troppo chiuso per "spegnere" un cuore di bambino

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Nel bunker dell'uomo di oggi c'è un aspetto dell'autosoffocamento dell'uomo che alla lunga non è sostenibile. Per quanto spesse, proprio per questo, le mura di questo bunker non reggeranno all'assedio della realtà, del bisogno d'aria aperta per i propri polmoni che l'io, ogni io che non sia un'astrazione, ma un io umano, semplice e viva persona, non può alla lunga non respirare. Bisogna avere fiducia. Waters lo dice con i versi di Kavanagh: "l'ingresso alla vita dell'amore è lo stesso ingresso dappertutto". Anche oggi, nel bunker. Questo ingresso è il cuore sempre nuovo, il cuore "bambino" dell'uomo, il cuore della nativa dipendenza in cui nasce alla sua stessa libertà. Non c'è consumo di cose, di surrogati "materiali", di evasioni artificiali che può spegnere questo bisogno di andare incontro alla realtà di questo mistero che ci fa, che eccede ogni misura che crediamo di avere, del mondo e di noi stessi.

Su questo mistero di noi, che ci fa uomini, su questo "amore", Waters non ha voluto essere evasivo, non si è nascosto: ha chiamato per nome il mistero che è entrato nella sua vita, nella sua stanza quando credeva di averlo lasciato fuori, Cristo - "questo è il nome di colui che mi sostiene".

Ci ha indicato una possibilità. Ed è una possibilità imponente. La realtà in cui ci chiudiamo ogni giorno, provando a chiudere porte e finestre al mistero che siamo a noi stessi, non ha mura così alte da togliere dall'orizzonte, anche dell'uomo del bunker, questa possibilità.

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