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LETTURE/ Olivier Rey: la scienza? Manipola le nostre domande ultime

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Leonardo da Vinci, Uomo vitruviano (Immagine d'archivio)  Leonardo da Vinci, Uomo vitruviano (Immagine d'archivio)

Le conseguenze di questa scelta sono enormi. Leibniz, alla ricerca di una lingua matematica, profetizzava che «quando sorgeranno delle controversie, non ci sarà maggior bisogno di discussione tra due filosofi di quanto ce ne ce ne sia tra due calcolatori. Sarà sufficiente, infatti, che essi prendano la penna in mano, si siedano a tavolino, e si dicano reciprocamente …: calcoliamo». La scienza, che inizialmente era una praxis, ha alzato il tiro, pretendendo di attutire il più possibile il dramma della vita, o come dice Olivier Rey in un bellissimo capitolo del libro, dedicato all'amore-passione, il «tormento dell'individualità». Si tratta di una mutazione metafisica e antropologica di notevole livello: appianare la complessità del reale e dell'uomo, al punto tale che «la ricerca moderna non è apertura al reale, ma sforzo per impedirgli di entrare. Sforzo per integrare la realtà in un sistema simbolico, per sottometterlo al calcolo». È talmente evidente ciò che la scienza non prende i suoi oggetti a caso, così come vengono. Essa sceglie ed elabora quelli che hanno presa ai suoi metodi. Se tali oggetti non esistono, essa li costruisce. Così non è la scienza che deve giustificarsi come metodo di approccio dei fenomeni – ecco la mutazione metafisica − ma sono i fenomeni che devono giustificarsi in rapporto alla scienza, divenuta il criterio dell'essere. Quel che può essere esca per la scienza è reale e quel che non è esca per la scienza è irreale. Il mistero, nella misura in cui è ammesso, è sempre subalterno e periferico.

Mediante questa mutazione, l'uomo, anziché vedere i suoi legami con le cose approfondirsi, erra in un mondo opaco e estraneo di scatole nere. Sempre più numerose, vista la frammentazione delle scienze. E il loro contraddirsi.

Si trasformano le domande in problemi da risolvere. Ci si dice «bene, che fare?». Ma, in certi casi, occorrerebbe proprio liberarsi dalla domanda «che fare?», occorrerebbe fermarsi, lasciare il vuoto scavato in noi dal dispositivo, svuotarsi delle immondizie di cui lo stesso dispositivo lo riempie. Non solo le immondizie evidenti, ma anche la carrellata di informazioni falsamente interessanti rovesciate nella nostra testa, che accecano e snervano il pensiero. Ripudiare l'insignificante, per far posto al vero. Ritrovare l'esperienza del mistero, cioè del reale così come si presenta, da cui le domande sgorgano.

Olivier Rey ci mostra una potente ragione della barbarie in cui viviamo, normalmente attribuita ad altre cause: l'uomo decade nella misura in cui viene meno alla sua vocazione, che è accoglienza del mistero essenziale di ogni cosa e di se stesso. L'autentico progresso (quel progresso di cui la scienza ha fatto la sua bandiera) è avanzata nel mistero.

Olivier Rey, "Itinerario dello smarrimento. E se la scienza fosse una grande impresa metafisica?", traduzione di F. Crescini, Ares, Milano, 2013



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