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LETTURE/ Il "non-uomo" di Solženicyn sfida il nostro quieto vivere

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Aleksandr Solženicyn (Infophoto)  Aleksandr Solženicyn (Infophoto)

Il cedimento comincia quasi inavvertitamente, nei recessi della propria coscienza, quando l'uomo agisce in base a un criterio che non aderisce alla verità. Tutto, poi, viene di conseguenza a questa resa di cui nessuno è testimone, ma che l'uomo – se è onesto con se stesso – non può non riconoscere dentro di sé: "gliene era rimasto come un sedimento sul cuore", osserva Solženicyn raccontando la storia del professore universitario che chiude un occhio sull'impreparazione di uno studente "proletario" per considerazioni di convenienza politica, togliendo così a se stesso e all'allievo la dignità della fatica e del frutto del proprio lavoro. Un cedimento piccolo, una crepa quasi inosservata che si apre nel cuore umano, ma che è destinata a sfociare nella delazione e in ben più gravi tradimenti per aver salva la propria vita.

Solženicyn non minimizza la brutalità delle condizioni esterne con cui si trovano a dover fare i conti, ad esempio, le due giovani donne protagoniste del secondo racconto, Nasten'ka. Ma mostra anche come si possa cercare semplicemente di mettersi in salvo, finendo per soffocare in sé l'umano, per ridursi alla somma dei propri sensi ed istinti – come nella vicenda della prima; oppure si possa percorrere una via dolorosa ma purificatrice, che non perde mai di vista, in ogni condizione, l'ideale: nel caso della seconda protagonista, il senso dell'educazione, della compassione per le giovani anime che le sono affidate.

Ma l' "uomo nuovo" può trasformarsi addirittura nel "non-uomo", quando giunge all'abiezione di chi cavalca semplicemente l'ideologia per ricavarne vantaggi e profitti – gli agi della vita, una lussuosa dacia, i favori del capo – senza peritarsi di passare sopra le sofferenze e il grido dei più deboli: è la storia dello scrittore che, ricevuta da un lager la lettera straziante di un giovane contadino deportato, se ne serve cinicamente per dare qualche tocco di "colore popolare" alle sue opere. È proprio questo "non-uomo" che Solženicyn ha combattuto, nella nuova Russia in cui aveva fatto ritorno negli ultimi anni di vita, e che oggi rende così pressante l'appello "emergenza uomo".

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