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LETTURE/ Dall'io al noi, la "mania dell'eterno" di Clemente Rebora

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A questa convinzione Rebora non viene mai meno, ed essa costituisce uno fattori di continuità più evidenti tra il cosiddetto Rebora “vociano” e quello “religioso”della seconda fase. A questo proposito, ecco un altro dei meriti del lavoro di Lauretano: l’equilibrio del giudizio critico. I critici a volte sbagliano, è ovvio. Nel caso in questione, un errore diffuso nella critica è quello di considerare la fase vociana come l’espressione più genuina del Nostro, a scapito della seconda fase. Invece, tra prima e seconda fase c’è un sottile ma robusto filo rosso, c’è la continuità ininterrotta del flusso vitale scandito dagli incontri. Non a caso Lauretano sottolinea come il testo più famoso di Rebora (Dall’immagine tesa, un capolavoro, il testo che chiude la seconda raccolta e che contiene in nuce buona parte dell’universo artistico, categoriale e umano reboriano) sia “il punto centrale della storia poetica di Rebora, il foro della clessidra attraverso cui i grani di sabbia passano da una parte all’altra della sua vita” (p.134). Dunque, continuità; anche a livello artistico. Quella continuità che, come acutamente suggeriva Giovanni Raboni, in Rebora è garantita dalla stessa statura artistica del silenzio, tanto che persino gli anni del silenzio devono secondo lui essere considerati una fase vera e propria.

Insomma, nell’anno del centenario della prima edizione dei Frammenti lirici, Lauretano ci offre con garbo e convinzione un lavoro di valore, che ripropone all’attenzione di tutti la vicenda di un poeta che davvero non ha smesso di parlare a chi abbia la pazienza di ascoltarlo.


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Gianfranco Lauretano, "Incontri con Clemente Rebora", Bur saggi, Milano 2013 

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