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LETTURE/ Dall'io al noi, la "mania dell'eterno" di Clemente Rebora

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Ci sono poeti che scrivono molto; e poeti che invece misurano il loro gesto artistico, lo centellinano, quasi lo conservano come un buon vino. Clemente Rebora rientra nel gruppo dei secondi, il gruppo che, almeno per chi scrive, contiene un buon numero dei migliori. Quattro raccolte ufficiali (Frammenti lirici 1913, Canti anonimi 1922, Curriculum vitae 1955, Canti dell’infermità 1956), più un certo numero di testi d’occasione che non sono entrati in quelle. Eppure l’esperienza poetica di Rebora merita una monografia come questa proposta da Gianfranco Lauretano, perché è nel ristretto novero di quelle che hanno lasciato il segno nel Novecento pur appartenendo, in modo solo apparentemente paradossale, a una linea perdente, o almeno minoritaria.

Nei manuali di letteratura italiana si parla di Rebora nell’ambito dei poeti cosiddetti Vociani, un gruppo di letterati caratterizzati da una forte e austera aspirazione morale e da una certa tendenza all’espressionismo. Due elementi, questi, che certamente caratterizzano il primo Rebora, ma che, sebbene rimodulati secondo dinamiche imposte dal percorso umano e artistico della sua vita, ritornano come costanti in tutta l’opera, anche dopo il lungo silenzio poetico tra Canti anonimi e Curriculum vitae.

Proprio seguendo la trama di questi incontri si struttura il lavoro di Lauretano. Un lavoro interessante per svariati motivi. Innanzitutto, Lauretano ha il merito di una scrittura leggera, semplice e profonda nello stesso momento, che si traduce in un filologismo accessibile, divulgativo tutt’altro che banale. Inoltre, è davvero significativa la scelta di ripercorre questo itinerario umano e poetico (un vero e proprio itinerarium mentis in Deum) a partire dagli incontri decisivi in una biografia ricca, sebbene pacata e austera. Con questa scelta si entra nel cuore della poetica del Nostro: la poesia è uno strumento per andare al fondo della vita, ma mai la precede, mai la sovrascrive, mai è più necessaria della vita stessa. In questo Rebora è davvero antinovecentista; nel ventesimo secolo, infatti, se il poeta non può più essere un vate alla maniera di D’Annunzio o Carducci, aspira però a essere una sorta di sacerdote di una élite ristretta in grado di fruire del gesto artistico.

Rebora no; in tutto il suo percorso, dalla formazione mazziniana, al trauma della guerra (e all’episodio, davvero illuminante, della diagnosi di “mania dell’eterno” come motivo della necessità che il poeta fosse riformato), alla conversione tra il 1929 e 1930, fino all’incontro con Rosmini e al sacerdozio, vive la tensione, tutta dantesca e manzoniana diremmo, a fare del proprio io poetico un noi, un noi corale e popolare, un noi universale. Poesia come espressione del mondo, e di un popolo; in questo, e solo in questo, necessaria. 



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