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ALESSANDRO SPINA/ Il "figlio" della Libia sedotto dai confini dell'Oltre

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Quel racconto ebbe larga fortuna per gli addetti ai lavori. Con gli anni si sarebbero aggiunti i pareri entusiasti di Anna Banti e Roberto Longhi che lo avrebbero pubblicato su Paragone propiziandogli l'ingresso nella grande editoria. Tempo e corruzione uscì per Garzanti nel 1962, cui seguirono le Storie di ufficiali pubblicate nel 1967 da Mondadori. Splendida, in proposito, la recensione firmata da Luigi Baldacci per Epoca (27/8/1967), che seppe intuire l'ispirazione più profonda di Spina: "Storie di ufficiali è un raro esempio di equilibrio narrativo. È una di quelle opere assolutamente leggibili, che tuttavia non mostrano la corda della routine o della consunzione. È un libro ricco di personaggi, che compongono, alla fine, un racconto unico, una storia sola; ma questi personaggi, più che essere rappresentati direttamente, sono colti nel labile segreto della loro ambiguità… In queste storie si allude a Stendhal e a Madame de La Fayette, come se Spina volesse dirci che gli strumenti narrativi dei nostri tempi sono di per sé insufficienti a restituire tutta la realtà o una certa realtà: e che tuttavia quella realtà esiste e che quando la si vuole evocare è indispensabile ricorrere alla mediazione – come si dice in metapsichica – di certi spiriti guida… Il fulcro, il nucleo narrativo, più che identificarsi in un personaggio, s'identifica in un turbamento, in un misterioso disagio: un'ansia di uscire da un involucro sociale, da una convenzione morale. Quella convenzione può anche assumere… l'antico e seducente aspetto del dovere: ed ecco che il contrasto secentesco tra dovere e passione, tra onore e infrazione si riproduce in tutta la sua drammaticità…".

Baldacci segnalava inoltre come lo spettro della morte fosse una presenza incombente negli scritti di Spina. Un esempio illuminante (e quanto mai suggestivo) si può ritrovare nel brevissimo racconto In camera oscura (contenuto nella silloge Nuove storie di ufficiali, 1994). 

Nell'"oziosa e frivola" società coloniale, una giovane donna scopre d'essere segnata da una male incurabile. Chiamerà un fotografo molto particolare con un occhio di vetro per essere immortalata: un artista che "non faceva fotografie istantanee ma solo pose ben preparate, come i fotografi patentati nelle occasioni cerimoniali, oppure ritratti solitari e lievemente morbosi, tutt'intorno al soggetto un alone latteo o sulfureo". La donna verrà ritratta in tutte le pose e in tutte le espressioni: "gaia, malinconica, attenta, sognante, aggressiva, assente…". Lascerà gli scatti al piccolo figlio, poi fuggirà perché né lui né gli altri vedano lo sfacelo del suo corpo. Il suo ultimo saluto sarà: "La vita deve sedurre a vivere e io voglio essere con la mia immagine in questo flusso, non voglio che la collochi al cimitero, dove la vita ha fine". E ancora: "Ecco a cosa serviranno le fotografie di eleganza, di desiderio e di vanità intatta che gli lascio. La mamma lo conduce per mano nella luce: assente, lo fa per immagini". 



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