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LETTURE/ Da Nietzsche al vangelo di Luca: tre domande sull'amicizia

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Jacques-Luis David, La morte di Socrate (1787) (Immagine d'archivio)  Jacques-Luis David, La morte di Socrate (1787) (Immagine d'archivio)

Ad ogni modo, dopo questa seconda fase, proprio nella seconda decade del Duemila sembra essersene aperta una terza, quella che pensa all'amicizia osservandola nel suo opposto: l'inimicizia. Forse questo annuncio è esagerato, perché al riguardo vi sono solo due testi di particolare rilievo. Ad ogni modo essi costituiscono una interessante linea di tendenza. Il primo testo da ricordare al riguardo è quello di Umberto Eco, Costruire il nemico e altri scritti occasionali (2011), mentre il secondo è il libro uscito quest'anno: Tu sei il mio nemico. Per una filosofia dell'inimicizia, di Alessandra Papa.

Detto in sintesi, gli anni Novanta del secolo scorso hanno visto svolgersi in Italia una ricognizione dei classici sul tema dell'amicizia. Nel primo decennio del nuovo secolo, da un lato si è continuato a guardare ai classici (studiando il pensiero di alcuni, riproponendo i lavori di altri), dall'altro si è cominciato a riflettere teoreticamente sul tema. Col presente decennio si comincia a notare il tentativo di intraprendere vie inedite, di esplorare percorsi nuovi, a costo di uscire fuori strada, sapendo, nel caso, di entrare su una nuova pista.

Per capire verso dove sarebbe interessante andare, proverò a sollevare alcune domande e suggerire di seguito delle piste. In primo luogo, bisognerebbe chiedersi «che cos'è l'amicizia?». Infatti, è stato detto quali tipi di amicizia ci sono già da Aristotele; dalla fenomenologia di von Hildebrand è stato identificato cosa ci rende amici; persino, di recente, Alessandra Papa ha studiato il caso limite dell'inimicizia. La domanda ontologica sul che cos'è l'amicizia non ha però ancora trovato una risposta sistematica e definitiva. In fondo, dovrebbe essere la prima domanda da porre, per non rischiare poi di parlare a casaccio. Dire che l'amicizia è una forma di legame sociale infatti non basta, perché lo stesso potrebbe essere detto anche per il legame coniugale, o per quello parentale. Qual è dunque lo specifico dell'amicizia? Si tratta di un solo tipo di legame sociale, oppure il termine copre forme di legame fra loro molto diverse e magari irriducibili? Un po' come Aristotele diceva della parola «essere», quando diceva che «si dice in molti modi».

Un ulteriore quesito che mi pare urgente, circa l'amicizia, è quello che riguarda il suo limite. Molti prospettano le cose in maniera strettamente polare, sembra che o si è amici, o si è nemici. Forse però vi è una terra di mezzo. Si direbbe che essa raccoglie coloro verso cui si prova indifferenza. Una compiuta fenomenologia dell'amicizia dovrebbe allora confrontarsi con lo studio del nemico, ma anche dovrebbe fare i conti con la massa grigia degli indifferenti. A farlo si metterebbe in risalto da un lato l'importanza dell'elezione ad amico, dall'altro la drammaticità dello status di nemico e la sua radicale distanza. A meno che non si creda che gli indifferenti sono amici, perché «chi non è contro di noi è con noi». Come ribattere a quest'ultima tesi?



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