BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Quel libro di Agostino che non piace ai pagani di ieri e di oggi

Pubblicazione:

Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1599-1600) (Immagine d'archivio)  Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1599-1600) (Immagine d'archivio)

La ricostruzione di Fidelibus, nel seguito delle argomentazioni, rende ragione del fatto che, contro la diffusa opinione, che lo considera un platonico, il modello antropologico di Agostino è ben diverso: ed è proprio il pensiero delle due città a farlo emergere con massimo rigore teoretico. Egli conosce e fa sua la teoria stoico-peripatetica della oikeiosis, secondo la quale nell’uomo, a un innato amore di sé e di vivere in un corpo sano, si accompagna l’amore dei propri familiari, amici, concittadini e di tutti gli abitanti del mondo dotati di ragione. Secondo la stessa teoria tutti costoro sono orientati da una legge di natura al conseguimento della pace, come il bene senza del quale non si possono soddisfare le altre esigenze naturali e godere ordinatamente di tutti gli altri beni. In altre parole, al conseguimento della pace ai diversi livelli si giunge, osservando l’ordo naturae. Ebbene- osserva Fidelibus- secondo Agostino è proprio da questo orientamento naturale alla pace e alla soddisfazione, comune a tutti gli uomini, che si deve partire per ripensare la nozione di civitas e di popolo superando la riduttiva visione ciceroniana del De republica ma anche gli attuali emuli di una tale riduzione.

Se la civitas Dei, che vive con la speranza della vita eterna, è retta da norme ispirate direttamente all’ordo naturae e alla lex aeterna, la civitas terrena o civitas hominis, che ha di mira solo la pace temporale, è retta da norme idonee a creare e custodire una convivenza concorde e pacifica tra i cittadini, nelle cose che amano, cioè nei beni propri della vita terrena. Tuttavia, le due città, pur così distinte per origine, norme giuridiche e obiettivi finali, non sono condannate a vivere in un conflitto insanabile. I cittadini delle due città, in quanto esseri della stessa natura razionale, hanno in comune il desiderio e il bisogno della pace temporale. E su questo terreno sono chiamate a collaborare: lo Stato rispettando la libertà religiosa; la città di Dio riconoscendo l’autorità delle leggi civili e contribuendo a creare una società giusta e concorde (CD 19,17).

Ma concentriamoci particolarmente sull’ultima parte dello studio, la più consistente per numero di pagine ma anche per le acquisizioni teoretiche e epistemologiche raggiunte. Qui Fidelibus tratta il tema dell’esperienza in quanto locus della razionalità nel pensare. A dare l’avvio a tale riflessione è un’affermazione ricavata da un’espressione biblica, secondo la quale “ciò che è da sempre, si dice che accade in qualcuno, quando si incomincia a conoscere”.... In concreto ciò vuol dire che Dio, che vive nell’eternità, intervenendo nel tempo a favore degli uomini, si lascia conoscere dall’uomo. Una simile idea è in flagrante contraddizione con l’epistemologia platonica, per la quale dall’esperienza del mondo sensibile non si può mai risalire alla verità immutabile, oggetto solo della conoscenza intellettuale. Pur essendo un ammiratore della speculazione platonica per i tanti positivi risultati raggiunti sulla conoscenza di Dio, così vicini alla verità cristiana, Agostino si chiede il perché di questa posizione, che sottrae l’esperienza sensibile alla razionalità del pensare. La spiegazione gli appare evidente in un principio, sommamente condizionante, enunciato da Apuleio, un platonico del secondo secolo e conterraneo di Agostino. “Nessun dio- dice costui- comunica con l’uomo”. Si annida, dunque, qui, proprio nella concezione teologica , la pregiudiziale, che impedisce all’uomo di attingere dall’esperienza ragioni per alimentare il suo pensiero: tra Dio e l’uomo c’è piena incomunicabilità. Ebbene, se è vero che il Dio rivelato nella Bibbia come “Colui è” coincide con il Dio immutabile ed eterno, conosciuto con l’intelligenza anche dai platonici, è anche vero che egli si rivela altresì come “Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”, ossia come colui che interviene nella storia secondo un suo disegno di salvezza.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >