BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Quel libro di Agostino che non piace ai pagani di ieri e di oggi

Pubblicazione:

Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1599-1600) (Immagine d'archivio)  Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1599-1600) (Immagine d'archivio)

E’ stata la comprensione di questa verità teologica, ispirata dalla fede, che ha permesso a Agostino di scrivere le Confessioni. Mentre nei Soliloquia aveva detto a Dio: “Che io conosca me e conosca te”, ora all’inizio delleConfessioni lo invoca dicendo: “Dimmi, Signore mio Dio, dimmi chi sei tu per me. Dì all’anima mia: la salvezza tua io sono. Dillo che io l’oda...rincorrendo questa voce io ti raggiungerò, e tu non celarmi il tuo volto”(Conf 1,5,5). Dunque, il volto nascosto di Dio si manifesta a Agostino, quando lo riconosce operante la salvezza nella sua vita. Dall’analisi dei testi agostiniani, pertanto, Fidelibus può a ragione concludere: “La tradizione biblica delinea una razionalità che sorge proprio dal riconoscere a Dio ciò che la razionalità platonica preclude per principio: l’iniziativa, appunto, di farsi conoscere dagli uomini entrando in un dialogo storico-esistenziale con essi, sfondando- per sua opera- la distanza metafisica nella quale viene tenuto e sentito. Solo così il Mistero divino ne può intercettare, per via di esperienza, le dinamiche razionali, rendendo più facile e possibile il Suo riconoscimento infrastorico”. Ma- osserva ancora Fidelibus- proprio alla possibilità di questo intervento di Dio in qualcuno, collegato al fatto che “questi ne può far la conoscenza” è sospesa, ultimamente, l’eventuale costituirsi di una civitas-Dei. Ecco perché elevare a principio normativo l’impossibilità di Dio di comunicare, in quanto Dio, con gli uomini equivale inevitabilmente a decretare l’impossibilità, ovvero l’impensabilità di diritto di una civitas Dei. Il postulato platonico nullus deus miscetur homini frappone un distacco intranscendibile fra Dio in sé, come termine di speculazione, e il Dio per noi, esperibile conoscitivamente in quanto origine, consistenza e senso del vivere umano storicamente situato”.

Altro tema sviluppato. Il richiamo a ragionare a partire dall’esperienza è il metodo seguito costantemente da Agostino nel dialogo critico con i pagani, come si rende esplicito all’inizio del secondo libro del De civitate Dei, quando denuncia nei suoi interlocutori “ la grande cecità, per cui non vedono neppure le cose più evidenti, e l’ostinata caparbietà, per cui non accettano neppure ciò che vedono. Di qui-dice- nasce la necessità di ripetere più diffusamente cose chiare, come se avessimo non solo a prospettarle a chi le vede, ma addirittura da farle toccare con mano, per così dire, a chi procede a tentoni e ad occhi chiusi” (CD 2,1). Fidelibus commenta: “Egli ( Agostino) rileva nelle posizioni dei suoi interlocutori il fenomeno dello svuotamento conoscitivo della ragione, a causa della rimozione dell’esperienza e del suo valore epistemico dal terreno stesso della razionalità nel pensare. La questione nodale, cioè, non appare tanto “il credere in Dio”, ma la facoltà che s’intende riservare alla ragione di riconoscere la realtà, sottomettendosi primariamente a quanto essa constata nel vederla e nel toccarla sensibilmente. Ciò che è sotto accusa è propriamente la negazione del valore metodologico dell’esperienza nei pensatori pagani e la sua sostituzione con una misura preventivamente stabilita e irrazionalmente ad essa imposta. Per Agostino, come si può vedere, la riduzione dell’esperienza a misura preconcetta viene a coincidere con la depressione della facoltà veritativa della ragione tout court. Riportare, dunque, la ragione sul piano dell’esperienza per restituirla alla sua originaria vocazione conoscitiva segnala uno degli apporti già rilevanti della fede confessata da Agostino in quel mondo tardoantico di incipiente barbarie e ormai appesantito dall’ipertrofico moltiplicarsi di pratiche religiose a sfondo mitico- superstizioso ”(p. 232). L’autore del De civitate Dei chiede agli intellettuali del suo tempo di riconoscere che “quello che passava per religione era in realtà un ordito di finzione e di impostura”.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >