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LETTURE/ Quel libro di Agostino che non piace ai pagani di ieri e di oggi

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Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1599-1600) (Immagine d'archivio)  Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1599-1600) (Immagine d'archivio)

L’invito agostiniano a partire dall’esperienza, tuttavia, - osserva ancora Fidelibus,- suona ragionevole solo e proprio in quanto nasce sul credito dato alla sua esperienza e da un atto di accettazione, posto in prima persona. In questo senso l’argomentare proprio del De civitate è da considerarsi strettamente legato all’esperienza narrata nelle Confessiones: l’orizzonte di pensiero del De civitate Dei costituisce per l’autore il compiersi di un’avventura conoscitiva iniziata sotto il segno dell’esperienza documentata nelle sueConfessiones. Abbiamo qui una lettura originale e suggestiva del capolavoro agostiniano, che Fidelibus illustra con l’analisi di diversi testi messi a confronto. Agostino è uscito dalla sfiducia nella ragione e nella vita, sottomettendosi a Cristo mediante la fede. “Senza di lui- confessava- dispererei. Le mie debolezze sono molte e grandi. Ma più abbondante è la tua medicina. Avremmo potuto credere che il tuo Verbo fosse lontano dal contatto dell’uomo, e disperare di noi, se non si fosse fatto carne e non avesse abitato fra noi”. La stessa sfiducia di poter conoscere Dio ed essere felici in lui, si era impadronita di tanti intellettuali pagani, convinti che nessun dio comunica con l’uomo. In preda a questa sfiducia Apuleio diceva: “ A chi indirizzerò le mie preghiere? A chi, nominandolo, farò voto? Per chi immolerò una vittima? Chi invocherò per tutto il corso della vita come soccorritore degli infelici, sostenitore dei buoni e oppositore dei cattivi? E chi infine assumerò quale testimone nei miei giuramenti...Dovrò giurare per il sasso di Giove secondo l’antichissimo rito romano?”

Agostino aveva aderito alla setta dei manichei, attratto dalla promessa di poter giungere alla verità con la ragione, evitando di accettare la fede imposta dalla terribilis auctoritas della Chiesa, ma invece di trovare la verità promessa, era caduto in un grossolano materialismo, popolato solo da fantasticherie. Aveva poi letto con entusiasmo i libri dei Platonici, scoprendo l’interiorità e il mondo intelligibile. Ma anche questa esperienza, all’inizio tanto promettente, aveva finito per deluderlo profondamente. Solo la scoperta di Cristo, il Verbo fatto carne, si era rivelata decisiva per la sua vita. Ebbene, agli intellettuali pagani del suo tempo, seguaci più o meno fedeli di Porfirio, Agostino propone la propria esperienza, ossia la fede in Cristo, come la vera via che conduce alla verità. Egli denuncia il dualismo prodotto tra la verità e il metodo nella loro razionalità a motivo di alcune pregiudiziali, che si oppongono alla fede cristiana. In concreto le pregiudiziali da rimuovere sono tre. La prima, comune a manichei e platonici, è di natura noetica, dovuta a un dualismo metafisico-antropologico, che rende insormontabile nell’uomo la divisione tra anima e corpo e costituisce un’obiezione di principio all’annuncio del Verbum caro. Una seconda pregiudiziale di ordine speculativo opera una sorta di dualismo epistemico tra verità e felicità: essa, mentre frappone una notevole divisione tra la componente affettiva e quella raziocinativa dell’esperienza umana, comporta altresì una frattura di fondo tra ragione e religione. Il platonismo, collocando la felicità dell’uomo sul piano astrattamente speculativo dell’idea, rende praticamente impossibile attingere una vera felicità. C’è infine una terza e più decisiva pregiudiziale contro la correlazione tra patria e via, tra verità e metodo: quella di matrice ideologica in forza della quale viene perpetrata una patologica divisione gnoseologica tra ragione ed esperienza. In essa cioè si dà preminenza ad uno schema anziché al portato dell’esperienza. Essa impone così alla ragione un regime alternativo tra il credere e il sapere che investe al contempo filosofia e religione nel complesso mondo della antichità pagana.

Come si ha avuto modo di notare, i temi affrontati da Fidelibus sono tutti di grande spessore speculativo, meritevoli di ulteriore studio e approfondimento. Spero, tuttavia, che quanto ho riferito sia sufficiente a suscitare negli ascoltatori l’interesse per una conoscenza più personale e diretta.

 

(Nello Cipriani)



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