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LETTURE/ Quel libro di Agostino che non piace ai pagani di ieri e di oggi

Pubblicazione:

Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1599-1600) (Immagine d'archivio)  Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1599-1600) (Immagine d'archivio)

Nella nuova pubblicazione, intitolata: “Pensare de-civitate. Studi sul De civitate Dei” Fidelibus continua a riflettere sull’opera agostiniana e in particolare sull’intreccio di ragione, religione e città, ma in un orizzonte più vasto, che va ben oltre l’ottavo libro, per abbracciare tutta l’opera ed estendersi anche alle Confessiones ed altri libri agostiniani. Oltre che per l’ampliamento dell’orizzonte, la riflessione si arricchisce ora di un maggiore e più puntale approfondimento di quei temi, conseguendo notevoli risultati sul piano teoretico ed epistemologico. Altra particolarità di non minore rilevanza è che in questa nuova riflessione l’autore non si limita a indagare e analizzare il dialogo di Agostino con i suoi antichi interlocutori, Platone, Plotino e Cicerone su tutti, ma si apre a un dialogo anche con autori dei nostri tempi, il più delle volte specialisti degli studi agostiniani ma talvolta anche critici del cristianesimo.

Un esempio di questa apertura al dialogo, e precisamente con Friedrich Nietzsche, è offerto dal primo capitolo dal titolo: “Grazia e storicità nel disegno del De civitate Dei: un percorso di ragione”. Il filosofo tedesco, in merito all’affermazione storico- politica del cristianesimo nei secoli quarto e quinto, aveva osservato che tale successo era dovuto in realtà a un vero e proprio tradimento della ispirazione originaria del Fondatore e dei suoi seguaci “più puri e veraci, che solevano porsi fuori del mondo e non si curavano del “processo dell’idea cristiana” e per questo essi sono rimasti per lo più del tutto sconosciuti alla storia”. Il successo storico del cristianesimo , a suo avviso, sarebbe dovuto “a uno strato assai terrestre e oscuro di passione, errore, avidità di potere e di onori, di forze ancora attive dell’imperium romanum, uno strato da cui il cristianesimo ha preso quel gusto terreno e quel residuo terreno, che gli hanno reso possibile il perdurare in questo mondo e gli hanno dato per così dire la sua stabilità”. Agostino, dunque, non dà alcun credito a quella differenziazione, avanzata da Nietzsche, tra seguaci “più puri e veraci” del cristianesimo e quelli che tali non sono”. Per lui la vera differenza esiste solo tra seguaci e non seguaci dell’avvenimento cristiano. Si tratta, cioè di una differenza di cittadinanza e per la cittadinanza, che ha una connotazione giuridico-normativa, basata sul principio di sovranità, e non etico-imperativa, basata invece su quello di coerenza morale. Infine, l’incardinamento operato da Agostino della “dottrina della grazia” nel quadro teoretico dello schema delle due città e, viceversa, di questo nell’economia salvifica di quella, consente di ripensare più realisticamente la questione nietzschiana del “successo storico”, liberandola dal ricatto delegittimante della possibilità storica dell’insuccesso, in ragione di “un’altra cittadinanza”. Quel che veramente conta per il cristiano Agostino non è tanto il successo nella storia, come pensavano i pagani del suo tempo, che misuravano la verità religiosa dal successo nel mondo, quanto piuttosto il raggiungimento della felicità eterna.

In sostanza, “al percorso delineato da Agostino nel De civitate Dei non risulta affatto applicabile la divisione nietzschiana fra un cristianesimo “puro e verace”, in quanto si ponga fuori del mondo, e uno, massificato e inautentico, poiché preoccupato della sua “potenza storica”... Il cristianesimo, come è delineato nella prima parte del De civitate, stabilisce un rapporto di familiarità con la storia, prospettandosi come l’annuncio di una “via universale per la liberazione delle anime”. Nella seconda parte, delineando lo schema delle due città e del loro rapporto, Agostino non delegittima la civitas pagana, ma profila l’esistenza di un’altra civitas, che si qualifica nella storia come Chiesa, corpo di Cristo, nel tempo e nello spazio, indicata come il luogo del permanere del suo Fondatore e della sua universale azione liberante (p. 43-44).



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