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LETTURE/ La resistenza cristiana alla “teologia del potere”

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Costantino  Costantino

Massimo Maraviglia ha recentemente identificato tale fattore sovversivo nell’azione concorde di due aspetti decisivi della fede cristiana: il primato del foro interno (la coscienza morale), ambito inaccessibile a ogni forma di potere, e la dimensione escatologica che, relativizzando ogni potere umano, fa del Regno di Dio il criterio di giudizio del mondo. E ciò nella consapevolezza che tale Regno, vivendo nella dimensione del già e non ancora, non potrà compiersi prima della fine dei tempi.

Nel discorso di Borghesi la critica della teologia politica appare urgente in quanto lo spazio pubblico pluralistico delle società contemporanee si rivela sempre più incapace di realizzare un’autentica collaborazione tra le varie prospettive valoriali in nome del bene comune. Esso appare sempre più colonizzato dagli imperativi impersonali e funzionali della tecnica tipici del “turbo-capitalismo” che rendono gli esseri umani sempre più impotenti a governare le loro vite. E dietro il suadente volto edonistico di tale potere impersonale si nasconde la disperazione che si accompagna alla mancanza di senso. Per rivivificare lo spazio pubblico occorre che lo Stato democratico riconosca le risorse di senso che le grandi tradizioni religiose ancora oggi rappresentano.

È la prospettiva aperta da Jürgen Habermas, l’ultimo grande maestro del pensiero progressista, a partire da un incontro pubblico con Joseph Ratzinger tenutosi a Monaco nel 2004. L’auspicio di Borghesi è che tale episodio possa diventare sempre più l’evento generativo di un nuovo dialogo tra una fede cristiana purificata dalla tentazione teologico-politica e una modernità divenuta “riflessiva”, vale a dire critica nei confronti dell’illusoria identificazione tra emancipazione umana e secolarizzazione. Dal punto di vista cattolico, ciò che rende possibile tale dialogo è la riscoperta da parte del Concilio Vaticano II dell’eredità patristica, in particolare della critica della teologia politica proposta, in un modo che ancora oggi risulta paradigmatico, del più grande padre della Chiesa latina, S. Agostino.

Uno dei maggiori meriti di Borghesi è infatti quello di cogliere e sottolineare l’importanza della linea di ricerca ratzingeriana, tesa a leggere Agostino in una prospettiva autenticamente “liberale”, vale a dire nell’ottica di una distinzione e integrazione reciproca tra l’ambito giuridico-politico, quello morale e quello religioso. Una prospettiva la cui fecondità tanto dal punto vista teorico che pratico aspetta ancora di essere colta sino in fondo.



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