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STORIA/ La sfida della poesia al nichilismo della Grande guerra

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Se osserviamo i paesaggi della poesia ungarettiana, la descrizione, che nella lirica ha sempre seguito i canoni letterari oltre all’esperienza visiva del poeta, s’infrange nell’atrocità della morte e del limite delle cose. Se, come scriveva il grande comparatista E. Curtius “i luoghi letterari, i topoi sembrano dire che la natura stessa è già tutta fatta parola, suono, figura, già tutta nominata prima che un poeta la descriva”, nel paesaggio della guerra, nelle doline carsiche o nei colli della Marna quell’armonia ormai è dissolta e al poeta occorre un nuovo sguardo. Rebora parlava di quei luoghi come di Inferno, in cui era “gettato in faccia ai diavoli della città del Male, Dite”; e alla madre scriveva “dal Calvario d’Italia” (13/11/1915).

In queste composizioni, perciò, l’uomo si fa cosa, una cosa inerte e inutile, “un corpo in poltiglia” esclamerà in Voce di vedetta morta. È un mondo in cui nessuna salvezza sembra affacciarsiNulla al mondo / redimerà ciò che è pena… Di noi i pietrificati di qui”. La guerra è un abisso di “melma”, “poltiglia”, “fango”: un luogo perso e immerso nella desolazione assoluta, in cui lentamente si affaccia una parola tremante: “Fratelli Di che reggimento siete…”, esclama Ungaretti ridicendo parole di solidarietà, di umanità .

Così, paradossalmente, in questo annichilimento nella realtà, il poeta sembra ritrovare, nel suo corpo, la parola, una parola primigenia, sillabata: Valery nei Cahiers parlava di una “lutte entre las sensations et la langue”. Ungaretti, invece, dirà “Quando trovo in questo mio silenzio una parola, scavata è nella mia vita come un abisso”. Egli parte da un senso del mistero e, al di là delle immagini proprie di Rimbaud sull’abisso e sul “deragliamento” dei sensi, dimostra la capacità della poesia di star davanti al Nulla, davanti al non senso della situazione bellica e davanti al dolore degli uomini.

La parola, appunto, ritrova la sua primitiva vocazione, quella di vocare, chiamare l’uomo all’essere, all’esserci di fronte al non senso; le vocali aperte sono come un pronunciare un appello ai compagni di trincea e al lettore, chiamato a condividere quell’esperienza. La vocale conserva il valore di canto, custodisce il respiro e lo stupore dell’uomo che si ritrova vivo; la vocale, la parola esprime la forza dei sentimenti elementari e primordiali.

In tal modo, sull’orlo estremo dell’orrore si riaffaccia la poesia dell’uomo come un fiore di speranza e questo movimento arriva, attraverso le parole del grande poeta tedesco Paul Celan fino agli orrori dello Sterminio, della Shoah, durante l’altra Grande Guerra, quando scriveva Psalm, col cadere dell’ultimo petalo, dell’ultimo fiore: “È tempo che la pietra accetti di fiorire”. Non a caso nel nuovo Judisches Museum di Berlino una sala è dedicata a Celan e alla sua poesia.



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