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FEDE & RAGIONE/ Caro Scalfari, le risposte che cerchi sono in un cuore che aderisce, non nel pensiero che dibatte

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Parto dall’ultima domanda, e nel mio piccolo, da uomo a uomo, penso che per la verità di Dio, nel senso della sua scomparsa con la scomparsa dell’uomo che l’avrebbe pensato (immaginato a sua immagine secondo la lezione della sinistra hegeliana), non c’è molto da temere. La dico così: noi siamo un pensiero di Dio che pensa Dio, o che è chiamato a pensarlo. Se siamo questo - se “crediamo” di essere questo, il punto è sempre tutto qui, nel credere - non c’è nessun problema insormontabile per la scomparsa di Dio se scompare la “carne del mondo” su cui oggi gira ilsoftware del pensiero di Dio, nel doppio senso del genitivo, che siamo.

In qualche modo Dio che ci ha pensati, facendoci essere, continuerà a pensarci, mentre continueremo a pensarlo o a essere chiamati a pensarlo. Posta la co-creazione di sé e dell’altro in Dio, è sufficiente che resti Dio (un caso che certo non siamo noi a poter concedere se si dà, come i credenti credono si dia) perché in una qualche forma noi continuiamo a essere “creati”, a non scomparire come creature di Dio, sebbene non più “in questo mondo” che andasse a sparire. Non so se Scalfari lo sa, ma egli ripropone in panni illuministici, privi della luce della fede, un’acquisizione della mistica cristiana: “Se io non fossi stato, neanche Dio sarebbe stato. Che Dio sia Dio, io ne sono la causa; se io non fossi stato, neanche Dio sarebbe stato Dio”. Eckhart, si tratta di lui, nel Sermone 52, non sta deducendo il pensiero di Dio dal pensiero dell’uomo - Dio dall’uomo, come un’anima laica moderna potrebbe leggere - ma sta più semplicemente dicendo che Dio nasce nel cuore dell’uomo, che da sempre come sua creatura è nato in Lui, co-creato con Lui nella nascita eterna di Dio a se stesso. Nell’impianto teologico-speculativo di Eckhart, nella sua origine, l’uomo è uno con la “deità”, ed è dunque, nella radicalità e nell’eternità del suo essere, contemporaneo alla generazione della “deità” come “Dio-origine”, il Dio delle creature che da sempre ci ha voluti coinvolgere nella sua vita come Dio in se stesso, nella sua “deità” al di là di ogni parola e di ogni sapere.

Un po’ complicato, ma sufficientemente lineare, per il quesito teologico di Scalfari. Ma questa risposta, se è un risposta, non è priva di conseguenze. Moralmente una sola. Il compito che ne viene, più che chiedersi se Dio continuerà a nascere in me in un “ancora poi” dopo di me come mi conosco e amo, è di farlo nascere oggi nel mio cuore Dio, fino all’ultimo giorno utile che ho, finché sono in tempo. E questo è il messaggio di Cristo. Raccolto questo messaggio, almeno nel suo contenuto morale erga omnes, credenti e non credenti, l’amore per il prossimo, la risposta ai primi due quesiti di Scalfari potrebbe procedere così. Certo, posto che il peccato (nozione di natura essenzialmente teologica, cioè religiosa; in filosofia e in diritto si parla di male morale, di errore, di colpa, sempre e soltanto in relazione alla ragione o a una legge naturale o positiva) consista secondo la definizione di Agostino di “parole, opere o desideri contro la legge eterna”, è difficile ritenere in peccato chi non crede all’Assoluto e alla legge eterna che ne può venire, essendo il peccato teologicamente inteso sì errore, colpa, male morale, ma come libera e volontaria trasgressione, in pensiero, parole, opere o omissioni, della volontà di Dio, di cui la legge sarebbe espressione.



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COMMENTI
08/08/2013 - Scalfari (Carla D'Agostino Ungaretti)

Se Scalfari è totalmente ateo, che gliene importa di sapere se un dio che, secondo lui, non esiste lo perdonerebbe o no? Lui e i suoi colleghi laicisti fanno di tutto per confondere le idee di chi ha una fede debole o ingenua. La smettessero una buona volta di parlare di Dio e di religione! Tanto loro non ci credono e allora si tenessero le loro idee e non provocassero gli altri! A meno che non si comportino come l'Innominato manzoniano che sentiva la voce di Qualcuno che gli diceva : "IO SONO, però!"

 
08/08/2013 - Io sono una colla per Dio! (claudia mazzola)

La differenza di uno che ha fede ed uno no è: che il primo rende reale un bisogno che c'è, il secondo lo fa restare incompiuto e inesistente.