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FEDE & RAGIONE/ Caro Scalfari, le risposte che cerchi sono in un cuore che aderisce, non nel pensiero che dibatte

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In un editoriale “laico” sulla figura di Papa Francesco e sul suo incipiente pontificato, “scandalo benefico per la Chiesa di Roma”, Eugenio Scalfari svolge alcune partecipi riflessioni sulla Chiesa pastorale - “militante e missionaria” - di Francesco, contrapponendola alla tradizionale Chiesa istituzione, che tutti, o quasi tutti, i suoi predecessori avrebbero scelto di “rappresentare” nel mondo. Nella successione apostolica Francesco rappresenterebbe una cesura agostiniana più che paolina (Dio è fondamentalmente l’amore per il prossimo) come militia Christi (il lascito ignaziano del gesuita Francesco) che indossa i prediletti panni francescani di Madonna povertà. Un novum sul soglio di Pietro che Scalfari saluta con grande adesione sentimentale, anche se la consapevolezza storica gli fa notare che la Chiesa istituzione di Roma, quale che sia la ridondanza del suo ambivalente rapporto con il potere, ha il non piccolo merito di aver resistito alla laicizzazione della modernità molto meglio delle confessioni protestanti che l’avevano contestata, consentendo un’agibilità mondana molto maggiore alla stessa Chiesa pastorale, e in definitiva al messaggio cristiano.

Un’agibilità che grazie alla Chiesa istituzione di Roma dura ormai da duemila anni. Il che fa concludere a Scalfari, pur augurando lunga vita a Papa Francesco, di non credere che ci possa essere un Francesco II: senza la Chiesa istituzione non sopravviverebbe a lungo neanche la Chiesa pastorale, a conferma “che Gesù non sarebbe diventato Cristo senza un San Paolo”. Il che avrà anche una sua verità storica, ma sottace il fatto che nell’economia della salvezza, a quanto sappiamo da Paolo, Gesù Paolo se lo andò a cercare; il che almeno vuol dire che da quel punto di vista, che è il punto di vista del credente, il Potere non è a priori fuori, come strumento, dai fini della fini della salvezza. Ma è tema che travalica le possibilità di una nota sull’editoriale di Scalfari, che peraltro ha gli accenni più coinvolgenti in alcune domande che il fondatore di Repubblica rivolge a Francesco, al Papa del Dio misericordioso, che testimonia senza giudicare: “Chi sono io per giudicare i gay o i divorziati che cercano Dio?”.

I quesiti sono canonici, di un illuminista non credente, e però affascinato dalla predicazione di Cristo: 1) “se una persona non ha fede né la cerca, ma commette quello che per Chiesa è un peccato, sarà perdonato da Dio?”; 2) “il credente crede nella verità rivelata, il non credente pensa che non esista alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma una serie di verità relative e soggettive; questo modo di pensare per la Chiesa è un errore o un peccato?”; 3) “Papa Francesco ha detto durante il suo viaggio in Brasile che anche la nostra specie perirà come tutte le cose che hanno un inizio e una fine. Anch’io penso allo stesso modo, ma penso anche che con la scomparsa della nostra specie scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio e che quindi, quando la nostra specie scomparirà, allora scomparirà anche Dio perché nessuno sarà più in grado di pensarlo. Il Papa ha certamente una sua risposta a questo tema e a me piacerebbe molto conoscerla”.

Non sono ovviamente in grado di ipotizzare come Francesco risponderebbe a Scalfari, e tuttavia provo ad abbozzare sui suoi quesiti qualche riflessione, piuttosto che risposte, anche perché in senso proprio risposte a quei quesiti possono farsi avanti solo in Scalfari, nel cuore che aderisce e vi ragiona più che in un dialogo che argomenta, perché su questo terreno resteremmo comunque nell’ambito della filosofia; e quello che Scalfari pone è in ultima istanza un problema di fede.



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COMMENTI
08/08/2013 - Scalfari (Carla D'Agostino Ungaretti)

Se Scalfari è totalmente ateo, che gliene importa di sapere se un dio che, secondo lui, non esiste lo perdonerebbe o no? Lui e i suoi colleghi laicisti fanno di tutto per confondere le idee di chi ha una fede debole o ingenua. La smettessero una buona volta di parlare di Dio e di religione! Tanto loro non ci credono e allora si tenessero le loro idee e non provocassero gli altri! A meno che non si comportino come l'Innominato manzoniano che sentiva la voce di Qualcuno che gli diceva : "IO SONO, però!"

 
08/08/2013 - Io sono una colla per Dio! (claudia mazzola)

La differenza di uno che ha fede ed uno no è: che il primo rende reale un bisogno che c'è, il secondo lo fa restare incompiuto e inesistente.