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LETTURE/ Le parole “immortali” che parlano al cuore dell’uomo

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«Questo - afferma Franco Casadei - ci ha costretti a inventarci il modo di porci e di proporci. Non certo a diventare venditori nazional-popolari di poesia, ma certamente a tenere conto dell’interlocutore, a scegliere testi adeguati (nostri o delle antiche reminiscenze scolastiche di tanti dei presenti), a fare brevi introduzioni sul linguaggio poetico, stando all’esperienza, senza svolazzi intellettualistici. Insomma, un lavoro di educazione al linguaggio poetico. Si dice sempre, fra noi, che la poesia non va spiegata, che occorre lasciare libero l’ascoltatore di interpretare a modo suo i testi proposti. Io credo che non bisogna essere ideologici e che non sia un vulnus alla poesia se in talune circostanze si dà un piccolo aiuto a chi ha il coraggio di venirci ad ascoltare. Noi che proponiamo poesia, certo, facciamo un regalo agli altri, ma anche chi viene ad ascoltarci fa un regalo a noi. Credo che questo non vada mai dimenticato».

Persone semplici, che spesso neppure sanno cosa sia la poesia, e persone colte, commosse e grate per qualcosa che hanno sentito vibrare dentro, hanno partecipato insieme a questi incontri. Diceva uno: «Io non so cosa sia la poesia, ma quando la sento, la riconosco». «Questa iniziativa è stata una vera festa della poesia, liberata dal nascondimento; un’iniziativa che, non mi risulta, si faccia da altre parti. E, anche questa è una novità: la gente ha comprato tanti libri, come mai avevo visto prima» (Franco Casadei).

Ora, già si stanno moltiplicando le richieste per l’estate e per l’autunno, grande è stata la soddisfazione di vedere la gente partecipe, curiosa, attenta e piena di stupore e di domande. Provocatoria e interessante è questa esperienza in un contesto culturale in cui sembra essersi avverato quanto aveva profetizzato Leopardi due secoli fa sullo Zibaldone a proposito della poesia. L’acculturamento di massa avrebbe creato una letteratura commerciale per tutti e la poesia sarebbe divenuta sempre più lettura per pochi. Ma è proprio vero che la poesia, quella grande, quella con la P maiuscola, sia solo per pochi?

Racconta Franco Sacchetti nel Trecentonovelle che Dante un giorno si arrabbia con un fabbro e gli storpia gli arnesi del mestiere. Quando il fabbro gli chiede ragione di ciò, Dante risponde che anche il fabbro ha storpiato la sua opera declamandola non alla lettera e, quindi, modificandone le parole. Al di là del divertente racconto, la vicenda testimonia della popolarità che l’opera di Dante conseguì fin da subito, tanto che il popolo amava imparare a memoria i versi del capolavoro. LaCommedia era conosciuta da tutti, interessava tutti. Per caso, le opere di Shakespeare hanno perso la loro capacità di comunicare all’uomo di oggi, a distanza di quattrocento anni? Al contrario, sorprende il fatto che i suoi drammi siano fra i più rappresentati sul palcoscenico teatrale e che vengano riletti, continuamente sceneggiati per versioni cinematografiche, certo a volte con vistose e sgradevoli storpiature.

La grande poesia è immortale. Se vogliamo celebrare davvero la poesia, dobbiamo frequentarla, leggerla, farla diventare nostra, portarla dietro con noi, assaporarne i versi a memoria, scoprire che i grandi poeti sono nostri amici e contemporanei (come scrive Machiavelli nella bellissima lettera al Vettori del 10 dicembre 1513), perché sanno esprimere quello che anche noi viviamo e proviamo, le nostre stesse ansie e le nostre aspirazioni, l’ardore e la paura del vivere, l’horror vacui e il desiderio dell’assoluto.



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