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LETTURE/ Le parole “immortali” che parlano al cuore dell’uomo

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L’atto poetico ha a che fare con l’uso della parola. L’ingegno poetico usa una parola al posto di un’altra e muove il lettore o l’ascoltatore alla scoperta della verità e della storia che è nascosta sotto quel termine. La poesia diventa così scoperta, impone un processo conoscitivo alla ricerca della verità nascosta e, a un tempo, rivelata. Il termine “parola” deriva da “parabola”, che a sua volta proviene da un verbo greco che significa “mettere a confronto, paragonare”. La parabola è, infatti, un genere letterario che consiste nel racconto di un fatto o di una storia per comunicare un concetto più complesso. La parola è, quindi, in sé e per sé già un racconto, una storia, la rievocazione di un’avventura, di una vicenda umana, che nasconde in sé l’affermazione di un significato e di un senso.

Per questo la poesia non può morire, proprio perché coincide con quest’uso sapiente della parola che è, in un certo senso, espressione stessa dell’uomo, del suo ingegno, della sua ricerca della verità. La poesia è testimonianza di un cammino dell’uomo che ha preso coscienza di sé nel tempo della storia. Per questo, ancora, grande è la responsabilità del poeta. «A contatto con le opere d’arte, l’umanità di tutti i tempi - anche quella di oggi - aspetta di essere illuminata sul proprio cammino e sul proprio destino» (“Lettera agli artisti” del 1999 di Papa Giovanni Paolo II).

Sta al poeta uscire dal mondo esclusivo che spesso ha costruito e coltivato insieme ad altri compagni per parlare al cuore di tutti. La virtù somma, sempre, in ogni atto di scrittura, è la capacità di comunicare e di parlare al cuore del lettore. I latini la chiamavano perspicuitas, ovvero «la chiarezza espositiva di un discorso».

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