BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTERE/ Quella sete di verità che unisce Caproni e De Robertis

Pubblicazione:

Giorgio Caproni  Giorgio Caproni

Lo svolgersi dell’epistolario mostra bene l’insorgere e il rinsaldarsi di questo desiderio di verità profonda e di partecipazione alla vita dell’altro, con l’ingresso - man mano che il tempo passa e la vita si intreccia - di motivi più personali. Così, tra una salute che perde colpi e un’«allegria […] che sta cedendo alla malinconia o, peggio, all’assuefazione (Giorgio Caproni a Giuseppe De Robertis, 7 gennaio 1960)», ecco che la poesia stessa, quella poesia «che entrambi abbiamo amato più di ogni altra cosa terrena (Ibidem)», segna il passo, mostra eliotianamente la propria insufficienza di fronte a un bisogno che si svela sopra ogni altro quello di sentirsi, di guardarsi ed essere guardati: «Scribacchio tanto, che mi son venuto a noia. M’è rimasto intatto il gusto di parlare; e per parlare bisogna essere in due, vicini. Credi a queste verità? (Giuseppe De Robertis a Giorgio Caproni, 2 gennaio 1958)».

Un bisogno che in uomini del genere impressiona per il suo tradursi in un’attesa inesausta, come quella del venditore di almanacchi leopardiano, e che si mostra una volta di più nell’ultimo scambio di lettere, dove un De Robertis a pochi mesi dall’ultima stazione ancora si scopre ad aspettare e ad augurare un dono sconosciuto ma atteso: «Sono vecchio e stanco e inquieto; perché non mi riesce di lavorare come una volta, ai miei bei dì. Tu mi dai ora coraggio. Non ti dico altro. Solo mi auguro e ti auguro che l’inizio frutti ciò che io m’aspetto. Credimi: ne ho bisogno (Giuseppe De Robertis a Giorgio Caproni, 4 febbraio 1963)».



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.