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VITA GIUSSANI/ 2. Wolfsgruber: un'apertura mai vista di mente e cuore

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Luigi Giussani (1922-2005) (Immagine d'archivio)  Luigi Giussani (1922-2005) (Immagine d'archivio)

Ma la sua umanità era quella di uno che quando eravamo in prima liceo ci sfidava, e per sfidarci ci esibiva sotto la faccia della presunzione di noi sedicenni la famosa frase di Terenzio: «Sono uomo, non sento estraneo a me niente di umano». Questa era una frase che lui usava quasi tutte le volte che entrava in classe e noi capivamo che lui lo stava dicendo di sé, come uomo e come cristiano, non c'era differenza da come lo diceva, non riuscivamo noi (almeno io, gli altri… penso anche gli altri) a distinguere se la diceva come cristiano o come uomo, era una frase detta da questo uomo, da questa umanità «Homo sum, nihil humani a me alienum puto», sono uomo e non sento estraneo a me niente di umano. E noi ci sentivamo sfidati perché noi eravamo lontanissimi da questo, avremmo voluto essere così, ma non eravamo assolutamente così, e intuivamo che invece lui lo era. 

Certo Giussani era un genio – genio nel senso tecnico del termine, sicuramente, e quindi davvero in lui l'umanità veniva fuori in tutta la sua potenzialità in una maniera clamorosa, inaudita; ma chi aveva mai visto niente di simile?! Chi l'aveva mai immaginato?! L'avevamo forse… anzi, non forse, l'avevamo atteso, questo sì; non immaginato, ma atteso sì, tanto è vero che quando l'abbiamo trovato, l'abbiamo riconosciuto. Ma era un genio in cui l'umanità era esposta in tutta la sua potenzialità, e una potenzialità – appunto – inaudita, dove si vedeva però che la fede, la sua fede, la rendeva più consapevole (come è stato detto stamattina) e più facile. E poi «io ti do le ragioni», quindi io potevo verificare e far diventare mia l'esperienza di un genio che aveva incontrato la fede, nel modo con cui lui l'ha incontrata e l'ha vissuta… Io non avrei mai dovuto esserci, insomma, però potevo verificare perché mi dava le ragioni. E verificare l'esperienza di un genio era un'esperienza anche umanamente molto interessante, perché lui diceva: «ti do le ragioni» di una posizione che non sospende mai la coscienza. In cinquant'anni di frequenza che non era quotidiana ma quasi, giorno e notte, non l'ho mai visto neanche per una volta – giuro – in cinquant'anni abdicare alla coscienza, era sempre sul pezzo, sempre vigile, sempre presente, sempre autocosciente; sempre, giorno e notte, sempre! 

Io potevo far mia questa esperienza perché lui mi dava le ragioni, e posso farla mia. E vivo nella speranza e nell'attesa che diventi mia, perché mi ha dato le ragioni, e le ragioni, oltretutto, non sono neanche delle ragioni, è un ambito, è un luogo dove queste ragioni mi passano per osmosi. Un'inaudita determinazione a non mollare la coscienza, un'inaudita apertura di cuore e di mente; mai visti niente di simile! E poi era brianzolo, oltretutto. I brianzoli dicono che più aperti di loro non ce n'è, però la leggenda popolare sui brianzoli è un po' opposta. 



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