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VITA GIUSSANI/ 2. Wolfsgruber: un'apertura mai vista di mente e cuore

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Luigi Giussani (1922-2005) (Immagine d'archivio)  Luigi Giussani (1922-2005) (Immagine d'archivio)

Comunque, io non ho mai visto niente di simile. Una curiosità attiva senza sponda; [per] lui le sponde era la ragionevolezza; una sensibilità acutissima e quindi… faccio un esempio della sensibilità: una volta gli dissi: «Senti, Gius, ma tu come fai?» perché mi ricordo che gli stavo raccontando un certo episodio che mi aveva colpito e vissuto e mi era… ero tutto coinvolto con quello che mi era successo e io avevo cominciato a dire mezza frase e questo mi finisce il racconto di quello che avevo vissuto io. «Ma come fai? Io ho appena cominciato a dirtelo». E lui mi dice: «Guarda che io, quando parlo con uno, la mia autocoscienza è totalmente piena dell'interlocutore». Se non mi avesse detto: «Io ti do le ragioni», io sarei andato perché chi avrebbe potuto pensare di arrivare lì? Ma «Io ti do le ragioni».

A proposito di sensibilità. Mi ricordo che eravamo in un bar in una postazione di montagna, era una specie di passo dove c'era solo il bar e forse un'altra casa; era un bar di montagna, non quindi un bar di città; erano anche gli anni in cui… non era adesso, era parecchi anni fa, quindi un bar di montagna era proprio… non retrogado… come si dice… un bar di montagna! E lui ci dice… uno di noi aveva ordinato qualcosa che imbarazzava la barista perché non ce l'aveva e lui si arrabbiò moltissimo perché disse: «Prima di ordinare una cosa dovete guardare la lista di quello che hanno a disposizione perché non potete mettere in imbarazzo il barista». Aveva questo tipo di sensibilità anche qui, costantemente. Incredibile!

In particolare la cosa che mi colpiva di più in don Giussani, nell'umanità di don Giussani era che in lui giocavano contemporaneamente fattori umani che apparentemente erano inconciliabili e io mi sono strizzato il cervello tutta la vita per capire. Dopo vi faccio anche qualche esempio. Dopo averci pensato tanto tempo mi sono accorto che in fondo avevo avuto la fortuna di vedere l'umano in tutte la sua espressione. Non saprei che cosa è l'uomo, non saprei che cosa è Cristo, non saprei che cosa è l'uomo se non avessi incontrato don Giussani. È eccessiva questa affermazione? La dico in un altro modo: avendo incontrato don Giussani, ho incontrato Cristo e ho incontrato anche l'uomo, perché ho visto cosa poteva essere l'uomo. A parte il fatto che lui sapeva essere ingenuo come un bambino piccolissimo, lui che aveva un'intelligenza acutissima nella discrezione dello spirito, perciò ti guardava in faccia e capiva perfino l'origine dei tuoi pensieri; come faceva a essere anche ingenuo? L'altra cosa che mi ha lasciato assolutamente stupito, misteriosissima, è che la sua accettazione della malattia, che diventava sempre più pesante, era totale, e questo si documentava in lui domandando lui tutti i giorni la grazia di essere guarito. Ma come fa? Cosa vuol dire accettare la malattia e domandare di essere guarito tutti i giorni? E si capiva che non c'era contrasto tra le due cose. 



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