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VITA GIUSSANI/ 2. Wolfsgruber: un'apertura mai vista di mente e cuore

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Luigi Giussani (1922-2005) (Immagine d'archivio)  Luigi Giussani (1922-2005) (Immagine d'archivio)

Alla fine vi racconto l'ultima cosa che è un po' più umoristica. Verso l'ultimo periodo della sua vita lui aveva la casa piena di gente che lo assisteva e uno degli ultimi periodi in cui l'ho visto mi ha preso in un angolo e mi fa: «Ma qui chi paga tutte queste cose?», tipica frase sua, nessuno che l'ha conosciuto può pensare che è una bugia. E io mi arrampicavo sui vetri. Subito dopo Amabile Lanfredini, che era tra le persone che lo ha assistito nell'ultimo periodo, si è sentita dire da lui: «Come vorrei che se uno di voi si ammalasse venisse curato come voi state curando me» e ci ha lasciato così… E le due cose come stanno insieme? È l'uomo. 

Concludo dicendo che è impossibile avere rapporto con l'uomo e avere rapporto con Gesù per chi lo ha incontrato senza che in qualche modo uno pensi a lui. Qui ritorna quella contemporaneità senza della quale non si può più vivere perché è come dire: è impossibile pensare a Gesù, è impossibile pensare all'uomo senza pensare a lui, vuol dire: senza questa contemporaneità io non vivo. Questa impossibilità a vivere è molto, molto facilitante ad accorgersi che quando uno ti dice: «Attraverso il tuo sguardo ci ha guardato Cristo» è questa contemporaneità che riaccade.



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