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PIETRO BARCELLONA/ Il cuore cristiano di un vecchio comunista

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Pietro Barcellona (Immagine d'archivio)  Pietro Barcellona (Immagine d'archivio)

Ho conosciuto Pietro Barcellona in un'unica occasione, troppo breve. Per il resto ho potuto apprezzarlo per i suoi libri ed i suoi articoli, sempre lucidi, nonché per i giudizi affettuosi e carichi di stima su di lui ad opera di un amico comune, don Francesco Ventorino, che lo ha seguito da vicino nel suo percorso umano e spirituale. 

Barcellona è stato, in Italia, uno degli ultimi intellettuali liberi, fuori dai salotti e dall'accademia, capaci di intervenire criticamente sulle ideologie e le dinamiche di potere, senza soggezione. Era il retaggio felice della scuola marxista che non aveva rinnegato. Barcellona era approdato al comunismo, da giovane, attraverso un percorso etico sui generis, dettato dalla condivisione degli umiliati ed offesi, degli esclusi dalla società. Un approccio etico che spiega il suo rifiuto del comunismo economicista, basato sul primato della sfera economica su quella morale, della impostazione materialistica della storia. Da qui le molte consonanze con la posizione di Pietro Ingrao, la sua critica all'alienazione capitalistica che riduce l'umano a merce di scambio, all'individualismo, all'emarginazione dei poveri. 

Del comunismo lo avvinceva, anzitutto, la dimensione popolare del partito, la comunione di vita e di ideali tra strati diversi della popolazione. Una comunione che non troverà nella contestazione del '68, promossa dai figli benestanti della borghesia, individualista e libertaria. Un moto negativo che presentava molte più analogie col fascismo degli inizi che con la sinistra storica. In ciò Barcellona si trovava in perfetta consonanza con le valutazioni di Pier Paolo Pasolini. Il punto di crisi nel suo itinerario politico-intellettuale sarà il 1989, la caduta del Muro di Berlino e, di lì a poco, dell'Unione Sovietica comunista. Il crollo del Muro rappresenta la fine di un mito, una vera e propria crisi esistenziale. 

Come scriverà in un articolo pubblicato su L'Unità, "Come sono diventato cristiano", "l'impatto traumatico con la crisi dell'89 ha sconvolto la mia esistenza fino a provocarmi una depressione grave che ho affrontato con una lunga psicoanalisi. Mi sono convinto attraverso questa dolorosa esperienza che nell'idea di comunismo che avevo perseguito si manifestava un delirio di onnipotenza (…) in cui una sorta di esplosione megalomanica tendeva ad impedire l'emersione di ogni punto di vista diverso. Era il tema dell'ortodossia assoluta che cominciavo a vedere come il vero nemico del pensiero. Ciò che mi appariva chiaro era che finché l'uomo pretende di spiegare con i propri saperi tutto ciò che riguarda le condotte umane finisce col negare ciò che di specificatamente umano la nostra condizione mortale esprime: il bisogno di trascendere l'orizzonte dentro al quale ci troviamo ad agire per riscoprire una presenza ulteriore rispetto all'azione degli uomini". 



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